La complessità di un sistema e la parabola dei due orologiai

È inevitabile, in quasi tutte le discipline di studio, che dopo aver esaurito gli aspetti generali e quelli introduttivi, e dovendo quindi entrare nel vivo delle questioni, si debba avere a che fare con tecnicismi e con riferimenti ad altre materie che non sempre si prestano alla divulgazione. Ne risultano articoli spesso astrusi, poco immediati o quantomeno noiosi. Però trattare di architettura della complessità o di strutture gerarchiche in modo semplice non è oggettivamente facile.

Chi ci ha provato è stato Herbert A. Simon, più noto per i suoi lavori sulla teoria delle decisioni e su quella delle gerarchie che come psicologo. La Teoria delle Gerarchie, dice Simon, “è un modo di guardare alla complessità di un sistema senza specificare i contenuti di quella complessità.

Esempi di gerarchie, egli notava, sono le sostanze chimiche che, analizzate, si rivelano composte di molecole, e queste di atomi. Oppure gli organismi viventi, composti di organi e tessuti, poi di cellule e poi di macromolecole, da cui si passa alla gerarchia vista prima.

Per quale motivo tali strutture gerarchiche sono così predominanti in natura? Simon lo spiegava con la parabola dei due orologiai.

C’erano una volta due orologiai, Hora e Tempus, che fabbricavano dei gran bei orologi. Entrambi gli artigiani erano molto stimati, e il telefono nel loro laboratorio suonava frequentemente, dato che nuovi clienti li chiamavano. Ma mentre Hora prosperava, Tempus diventava sempre più povero, sinchè alla fine dovette chiudere il negozio. Quale ne fu la ragione?

Gli orologi che i due maestri producevano erano composti da circa mille parti ciascuno. Tempus però costruiva i suoi in maniera che, se doveva metterli giù quand’erano parzialmente assemblati per rispondere al telefono, andavano in pezzi e dovevano essere ricostruiti daccapo. Più i suoi orologi piacevano, più riceveva telefonate e meno riusciva a produrne.

Gli orologi di Hora non erano meno complessi, ma lui li aveva progettati in modo da comporre dei sub-assiemi iniziali di circa dieci elementi ciascuno. Dieci di questi sub-assiemi potevano essere montati per formare un sottoinsieme più grande, e un gruppo di dieci di questi formava un intero orologio. Quindi, quando Hora doveva tralasciare un orologio non ancora completo per rispondere al telefono, perdeva solo una piccola parte del suo lavoro: i sub-assiemi finiti non si decomponevano. Egli poteva così assemblare gli orologi in una frazione del tempo che occorreva a Tempus.

La morale è che le strutture gerarchiche evolvono molto più rapidamente dagli elementi costituenti di quanto possano farlo sistemi non-gerarchici con lo stesso numero di elementi.

Alla fine”, diceva Simon, “anche la conoscenza scientifica è organizzata in livelli non perché la riduzione totale in principio sia impossibile, ma perché la natura è organizzata in livelli, e la configurazione a ciascun livello è più facilmente discernibile se si può prescindere dai dettagli dei livelli inferiori.

[Tratto da Managers Meeting Point]

La legge di Metcalfe e i nostri “amici” sui social network

Leggendo un articolo pubblicato sul celebre blog di Joel Spolsky, mi sono imbattuto nella legge di Metcalfe, probabilmente valida (o possiamo dire “applicabile”) nel campo delle tecnologie delle reti informatiche, ma che potrebbe essere “obiettabile” nel contesto delle reti sociali, viste come interconnessioni di individui che si servono delle reti informatiche suddette come mezzo di comunicazione.

Ecco cosa dice la legge (definizione tratta dal Wikipedia – La legge di Metcalfe):

Definita da Robert Metcalfe, l’ideatore delle reti Ethernet, la Legge di Metcalfe afferma che “L’utilità e il valore di una rete sono pari ad n^2 – n dove n è il numero degli utenti”, trasformata in simboli:

N(N−1), oppure N²−N.

Tale legge spiega molti degli effetti delle tecnologie della comunicazioni e delle reti come Internet e il World Wide Web.

La legge di Metcalfe mette in rilievo il denominatore comune di tutte le tecnologie di comunicazione: il valore di una rete cresce esponenzialmente all’aumentare del numero dei suoi utenti.

Se nessuno utilizzasse una tecnologia, qualsiasi essa sia (dal un telefonino ad un social network come Facebook/Twitter), il suo valore intrinseco sarebbe nullo. Al contrario, più utenti la utilizzano, più il valore della tecnologia risalirebbe esponenzialmente. Ciò porta a rendere applicabile la legge di Metcalfe anche al contesto del marketing, il cui concetto è ben esplicato nell’articolo pubblicato su WebCopywriter.it (La legge di Metcalfe applicata al marketing):

Ora, se una tecnologia ha bisogno di tanti utenti per accrescere il proprio valore in maniera esponenziale allo stesso modo il marketing ha bisogno di una massa di utenti per rendere di successo le proprie campagne? Solo quando un’idea di marketing diventa così popolare da essere condivisa dalla stragrande della maggioranza del target di riferimento può diventare stratificazione culturale ed il brand può trasformarsi in lovemark? Prendiamo Apple: i suoi utenti sono talmente soddisfatti dei prodotti ed è talmente alta la reputazione di cui gode quella tecnologia ai loro occhi per cui si può parlare di una vera e propria sedimenzione culturale: il senso di quella tecnologia si confonde con l’insieme delle visioni dei suoi utenti, che diventano a tutti gli effetti i detentori del valore di quella tecnologia.

Si sta rivalutando, tuttavia, la legge poichè è alquanto ottimista: sempre su Wikipedia si legge che: “in un articolo pubblicato nel marzo 2005, due ricercatori dell’università del Minnesota, Andrew Odlyzko e Benjamin Tilly, sostengono che la legge di Metcalfe è eccessivamente ottimista. Secondo i ricercatori il difetto principale della legge di Metcalfe è che essa considera tutti i componenti di una rete di uguale importanza, quando in effetti non lo sono. I ricercatori propongono una nuova legge che regola la crescita del valore di una rete in modo logaritmico, che tiene conto di questo fattore importante. Il valore della rete e la sua crescita avviene dunque in modo meno spettacolare”.

L’obiezione che si potrebbe fare riguarda l’applicazione della legge nell’ambito delle reti sociali (da cui siamo partiti): cosa accade se in un social network il gruppo di utenti interconnessi diventa troppo grande?
Un numero troppo grande di partecipanti uccide di per sè la conversazione. L’ideale sarebbe avere un numero elevato di scambi bidirezionali. La legge di Melcalfe (dove il numero di connessioni cresce in ragione del quadrato del numero di nodi) applicata a questo contesto, evidenzia quanto l’aumentare dei partecipanti possa essere un ostacolo. Poiché il numero di potenziali scambi bidirezionali in un gruppo cresce più velocemente del gruppo stesso, l’unità viene a mancare rapidamente man mano che il sistema di ingrandisce. Bisogna fare in modo che gli utenti si attengano allo schema di “pochi ma buoni”, al fine di mantenere la coesione del gruppo.

Attenzione, parliamo di comunicazione/conversazione nell’ottica sociale del termine. E’ ovvio che se il numero di utenti a cui posso veicolare un messaggio (magari pubblicitario) è grande, migliore ne sarà la sua diffusione, ma qui ci ricolleghiamo al contesto del marketing su esposto.

In poche parole, non ha senso avere troppi “amici” su Facebook o Twitter (solo per far numero). Su tutti gli “amici” che abbiamo, ci metteremmo in contatto con meno del 10% di questi.

“Il valore di un social network è definito non solo da chi c’è dentro, ma anche da chi vi è escluso”

Questa citazione si trova in un articolo su Economist del futurologo Paul Saffo, il quale afferma che la legge di Metcalfe si applica al contrario nel contesto di Facebook (e di tutti i social network). Leggi Facebook, Defined Networks, and the Inverse of Metcalfe’s Law (by Scott Karp).
La legge di Metcalfe è valida nei vecchi sistemi di rete, come la posta elettronica o la telefonia. Le reti sociali perdono valore quando vanno oltre una certa dimensione.
Già le reti sociali definite “ASMALLWORLD”, un luogo esclusivo per pochi eletti, si stanno moltiplicando. Ciù suggerisce che il futuro del social networking non sarà un unico grande grafo sociale, ma una miriade di piccole comunità.

In sintesi, la legge di Metcalfe applicata ai social network potrebbe addirittura agire al contrario se si supera il limite (purtroppo non prevedibile) di utenti in un gruppo/comunità.

Bosone di Higgs, 600 scienziati italiani dietro la scoperta

Fiero di allegarvi un articolo sul Bosone di Higgs, che premia l’eccellenza italiana nel campo della ricerca, con l’auspicio di nuove attenzioni e investimenti da parte del nostro Governo a progetti del genere e alla formazione di “menti” italiane che nel Mondo si contraddistinguono per la loro professionalità e genialità.

Tratto da IlSole24ore:

Daniela Bortoletto è italiana, è professore in USA, alla Purdue University, un posto prestigioso e fa parte anche del team che lavora a Ginevra all’esperimento CMS, uno dei due giganteschi macchinari, tonnellate e tonnellate di ferro, cavi, elettronica che ha scovato l’elusivo bosone di Higgs, con una precisione tipo una parte su un milione. Simpaticamente ci dice che è un “cervello americano in fuga in Europa”, dato che lì una macchina come LHC hanno deciso, ancora anni fa, di non costruirla.

Ma la fisica italiana si distingue comunque non solo per la quantità dei ricercatori coinvolti, si parla a spanne di 600 persone, ma anche per la loor qualità sempre alta, in questi gruppi non si sta scaldare la sedia, e spesso altissima. Sergio Bertolucci è infatti il direttore scientifico di tutto il CERN, il più grande centro scientifico al mondo, e Fabiola Giannotti è a capo delle migliaia di fisici che lavorano all’esperimento ATLAS, gusto per fare due esempi ben importanti.

Ovviamente anche a Roma, dove si è svolta una conferenza stampa nella splendida sede dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, grande soddisfazione. Per tutti le parole del Presidente INFN Fernando FerroniI risultati presentati oggi dagli esperimenti ATLAS e CMS al CERN rappresentano un passo in avanti di straordinaria importanza per la conoscenza dell’Universo e dimostrano quanto la fisica delle alte energia sia entusiasmante, utile e necessaria allo sviluppo.

Ferroni ha giustamente messo anche in luce anche come “le tecnologie estreme impiegate negli esperimenti a LHC sono già state il punto di partenza per realizzare apparecchiature innovative quali ad esempio la Tomografia a Emissione di Positroni (PET) e i magneti ad alto campo della Risonanza Magnetica (RM), contribuendo quindi a costruire una società migliore, come fortemente indicato e voluto dalla Comunità Europea.

Importante, su LHC , la parte economica e industriale. L’Italia ha dato un contributo di circa 480 milioni di euro in 6 anni per la costruzione di LHC. I ritorni industriali sono stati sempre comparabili, e in un anno anche superiore, alla spesa. Un cinquantina di industrie del nostro Paese ha partecipato alla costruzione di LHC, concentrandosi soprattutto sugli esperimenti che oggi hanno dato questi spettacolari risultati e in parte sulla costruzione dell’anello da oltre 20 chilometri di diametro. Competere su questi livelli, d’altronde, ha portato la nostra industria a essere leader in vari campi della tecnologia per le apparecchiature della cosiddetta Big Science. Il Bosone fa bene alla crisi insomma.

Da il Sole24Orehttp://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-07-04/italia-higgs-122758.shtml?uuid=AbCSJb2F

ARTICOLI CORRELATI

La start-up sei tu. La vita come impresa e il network sociale professionale

Ho letto un libro interessante, suggeritomi da @PepperZen, e scritto dal cofondatore e presidente di LinkedIn, Reid Hoffman, in collaborazione con Ben Casnocha.

Ecco il titolo: Teniamoci in contatto. La vita come impresa (traduzione dell’originale “The start-up of you”).

Questo libro è concepito come un dono che gli autori hanno voluto fare ai lettori, offrendo strumenti per migliorare la realtà non solo lavorativa, ma anche quotidiana, le relazioni con le persone con cui ci troviamo a contatto. Il tema predominante è quello delle start-up, iniziative che nascono per attitudine, grazie ad una mentalità imprenditoriale e ad una fitta di rete di contatti. Dove si rischia e si sa da dove attingere per ricavare informazioni, ovvero dal network di persone che ci circondano. Nel libro vengono date varie “dritte” su come creare e gestire il proprio network, usandolo come propria arma per passare da un Piano A ad un piano B e costruendosi un piano di “salvataggio” (detto Z). Interessanti sono anche le motivazioni che hanno portato all’adozione di determinate scelte nell’ambito dei social network, come LinkedIn – per esempio, il discorso dei gradi di separazione – e gli esempi di vita di alcuni personaggi che hanno fondato le loro start-up, divenute poi grandi società famose in tutto il mondo.

Ecco la mission di Hoffman e Casnocha con la scrittura di questo libro:

Per Ben e per me, questo libro rappresenta uno dei nostri doni alla società, per ricambiare ciò che abbiamo ricevuto. Siamo convinti che gli strumenti forniti in queste pagine possano migliorare sia la tua vita sia la società. A volte ricambiare può significare semplicemente diffondere idee dense di significato.

Per una sintesi e una recensione del libro, vi invito a leggere questo articolo: Il libro “Teniamoci in contatto”, molto più di un libro.

Cito un passo che mi ha particolarmente colpito durante la lettura:

Diventa una persona a cui le altre persone del tuo network siano motivate a rivolgersi in relazione a determinati argomenti. Rendi noti ai tuoi collegamenti i tuoi interessi e le tue competenze scrivendo blog post ed email, o creando gruppi di discussione. Quando le persone si rivolgono a te per ottenere informazioni, tu acquisti al tempo stesso informazioni da loro.

Per finire, trasmettere informazioni interessanti al tuo network in modalità push incrementa le probabilità che tu ottenga informazioni ricollegabili alla serendipity. Pubblica un articolo, manda una citazione via email, inoltra un’offerta di lavoro e fai piccoli doni di altro tipo alla tua rete. I tuoi amici lo apprezzeranno, e tu renderai più probabile che quelle stesse persone ti ricambino mandando a te informazioni in futuro.

Sperando di farvi cosa gradita e utile e di scambiare con voi informazioni che ci arricchiscano a vicenda, ho sottolineato ed estratto delle frasi che ho reputato importanti man mano che leggevo e vorrei condividerle qui con voi. Buona lettura!

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Libertà di informazione? Rettifica dei contenuti online, anche se veritieri

Vi riporto l’appello pubblicato sul sito di Wikipedia, in merito al disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali. Una legge che, se approvata, imporrebbe ad un sito di informazione (o anche ad un semplice blog) di rettificare i contenuti in seguito ad una segnalazione, entro 48 ore. Per le grosse piattaforme come Wikipedia, ad esempio, questa cosa sarebbe ingestibile e potrebbe comportarne anche la chiusura. Un attacco a quella che conosciamo (conoscevamo?) come libertà di informazione.

Ecco l’appello di Wikipedia:

Gentile lettrice, gentile lettore,

il comma 29 del disegno di legge in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali (rif.) – se approvato dal Parlamento italiano – imporrebbe ad ogni sito web, a pena di pesanti sanzioni, di rettificare i propri contenuti dietro semplice richiesta di chi li ritenesse lesivi della propria immagine.

Wikipedia riconosce il diritto alla tutela della reputazione di ognuno – già sancito dall’articolo 595 del Codice Penale italiano – ma con l’approvazione di questa norma sarebbe obbligata ad alterare i contenuti delle proprie voci indipendentemente dalla loro veridicità, anche a dispetto delle fonti presenti e senza possibilità di ulteriori modifiche. Un simile obbligo costituirebbe una limitazione inaccettabile all’autonomia di Wikipedia, snaturandone i principi fondamentali.

Wikipedia è la più grande opera collettiva della storia del genere umano, in continua crescita da undici anni grazie al contributo quotidiano di oltre 15 milioni di volontari sparsi in tutto il mondo. Le oltre 925 000 voci dell’edizione in lingua italiana ricevono 16 milioni di visite ogni giorno, ma questa norma potrebbe oscurarle per sempre.

L’Enciclopedia è patrimonio di tutti. Non permettere che scompaia.

Questo, invece, è quanto riportato nel disegno di legge (da notare le frasi sottolineate!!!):

La IX Commissione, esaminato, per le parti di propria competenza, il nuovo testo del disegno di legge recante: «Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali» (n. 1415-B Governo), premesso che:

    • il testo approvato dal Senato reca modifiche al comma 29 dell’articolo 1, in base alle quali si precisa che i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica sono compresi nell’ambito dei siti informatici ai quali è esteso l’obbligo di rettifica delle informazioni ritenute non veritiere o lesive della reputazione dei soggetti coinvolti, mediante la pubblicazione, entro quarantotto ore dalla richiesta, delle dichiarazioni o rettifiche con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono;
    • la formulazione del testo, come modificato dal Senato, non esclude il rischio, già evidenziato nel parere espresso dalla Commissione sul disegno di legge in prima lettura presso la Camera dei deputati, che l’obbligo di rettifica ricada, per la generalità dei siti informatici, piuttosto che sugli autori dei contenuti diffamatori, sui gestori di piattaforme che ospitano contenuti realizzati da terzi, i quali, in considerazione del volume dei contenuti ospitati dalla piattaforma, non sarebbero in grado di far fronte a tale obbligo;
    • occorre invece ribadire l’esigenza che l’obbligo di rettifica, di cui all’articolo 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, come modificato dal comma 29 dell’articolo 1 del disegno di legge in esame, sia riferito esclusivamente ai giornali e periodici diffusi per via telematica e soggetti all’obbligo di registrazione di cui all’articolo 5 della citata legge n, 47 del 1948;

Volunia: Marchiori dice addio

In questo blog si è già parlato di Volunia, il motore di ricerca innovativo tutto italiano ideato da Massimo Marchiori e delle difficoltà di decollare per mancanza di investimenti forti (ahimè, siamo in Italia) e di difficoltà organizzative. Marchiori dice addio, scrivendo un articolo e spiegando le sue ragioni. Ora cosa succederà al progetto Volunia? Penso che l’idea morirà insieme al suo creatore. Qualcuno la definisce “la solita italianata”, io marcherei la frase “fuga di cervelli”. Si perchè geni come Marchiori non sono fatti per rimanere in Italia.

Ecco di seguito l’articolo di Marchiori:

La vita è fatta di storie. E la storia che sto per raccontarvi non è tutta la storia che potrei raccontare, anzi (quella completa sarebbe lunga come un libro), ma contiene gli elementi principali.

Cominciamo dalla fine: non sono più direttore tecnico di Volunia. E non solo: non dirò più una sola parola tecnica, non darò più un’idea, non contribuirò alla manutenzione ed al miglioramento né del codice che ho scritto, né degli algoritmi che ho dato al progetto, e non ne creerò mai più di nuovi. A meno che la situazione non cambi.

Per capire come questo sia potuto succedere, occorre tornare indietro, all’inizio della storia.

Volunia
Volunia, è risaputo, nasce qualche anno fa, da una serie di mie idee che ho concretizzato in un progetto strutturato e ambizioso. Un progetto, a mio avviso, troppo bello per non essere realizzato; e dal potenziale enorme. Decisi così di mettermi in gioco, buttandomi anima e corpo in quest’avventura, anche a costo di enormi sacrifici personali.

Quello che però forse non sapete è che io non sono l’Amministratore Delegato di Volunia. In altre parole, non sono io il numero uno della società. Perché ho accettato allora? Perché in tutta la mia vita finora, avevo sempre lavorato con persone che mettevano in prima piano passione, fiducia, onestà. E poi, perché mi sono lasciato convincere da una argomentazione tutt’ora vera: che il progetto non sopravviverebbe senza di me. Ho creato un team e l’ho guidato nella costruzione da zero del sistema, ho affrontato le difficoltà di una startup e cercato soluzioni a mano a mano che la complessità aumentava,  sempre con la visione del progetto globale.

Sebbene fossi consapevole che lasciare la carica di Amministratore Delegato ad altri avrebbe potuto rivelarsi una scelta delicata da un punto di vista strettamente economico, ho accettato di impegnarmi in questo progetto perché quello che faccio nella vita – Volunia incluso –  non ha lo scopo primario di “fare i soldi”. Se il mio obiettivo fosse l’arricchimento personale, avrei da tempo abbandonato l’Università e l’Italia e accettato una delle offerte provenienti dall’estero. Mi sono invece immerso anima e corpo in questo progetto per la bellezza di far progredire il mondo del web, per il piacere di dare una scossa al futuro e fare qualcosa di utile.

Ed anche per altri motivi, come quello di dare stimoli all’Italia, mostrare che si deve cercare di innovare, e non serve necessariamente scappare da questo Paese per farlo..

Vero che un progetto del genere, per avere successo, deve generare utili. Avevo ideato questa parte del progetto in maniera precisa e scrupolosa, con idee specifiche ed algoritmi opportuni (che, ripeto, ora non darò più a Volunia) ma lo scopo finale era proporre agli utenti della rete modi nuovi di concepire il web e di sfruttarne le potenzialità.
Così, mi sono fidato, accettando di non essere il numero uno. Mi sono occupato di quello che era fondamentale: la direzione tecnica di Volunia.

Una direzione tecnica dovrebbe realizzare in completa autonomia le proprie idee innovative, nella maniera migliore ed il più efficientemente e rapidamente possibile. Così sarebbe ovviamente dovuto essere. Ma non è andata così, ed i risultati si sono visti.
Finora non ho parlato, sopportando molte avversità per il bene ultimo del progetto, ma gli ultimi avvenimenti mi impongono di intervenire.

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La raccomandazione e il gioco dell’oca

La raccomandazione (di Alberto Moravia)

Disoccupato e sfinito, indossando sotto l’unica giubba, l’unica camicia e l’unica cravatta, quella inamidata dal sudore, questa ridotta ad una corda, la testa piena di nebbia e le grinze della pancia che mi giocavano a tresette, pensai bene di consultarmi con un amico mio. Quest’amico si chiamava Pollastrini ed era autista presso due vecchie signorine che avevano una macchina più vecchia di loro e se ne servivano sì e no due volte alla settimana: un posto ideale. Lo trovai al garage, che rimestava nel cofano; come mi vide, subito comprese dalla mia faccia che stavo male e, prim’ancora che parlassi, mi diede una sigaretta. L’accesi con mano tremante e gli spiegai la cosa. Lui si grattò la testa, perplesso, e poi rispose:

E’ un brutto momento, non c’è lavoro e meno ce ne sarà in futuro; qui si parla che se continua questa bella abitudine che ha la gente di guidarsi la macchina da sé, la categoria degli autisti padronali dovrà scomparire…però, io sai che faccio? Ti mando dall’avvocato Moglie, che a suo tempo fu tanto buono con me. – Aggiunse che questo Moglie conosceva mezza Roma, che, se poteva un favore lo faceva e che, insomma, da cosa nasce cosa. Così dicendo, era andato alla cabina del garage e lì telefonò all’avvocato.

Il tram della circolare apparve, pieno zeppo dentro e con la gente appesa fuori sui predellini. Mi attaccai anch’io e così appeso, mi feci tutti i Lungoteveri fino a piazza Cavour. Arrivo, smonto, corro, salgo otto capi di scala in un palazzo signorile, suono, una cameriera mi fa entrare in una anticamera grande e bella, con due specchi incorniciati d’oro e due consolle di marmo giallo. Subito dopo l’avvocato si affacciò e mi invitò ad entrare dicendo:

– Sei fortunato, mi hai preso in tempo, stavo per andare in Tribunale. –

Era un uomo piccolo, con la faccia larga e gialla, e gli occhi neri come il carbone. Disse scartabellando non so che scartafaccio:

– Dunque, tu ti chiami Rondellini Luigi. –

Protestai con vivacità: – No, mi chiamo Cesarano Alfredo…ha telefonato per me Pollastrini… per una raccomandazione.. –

– E chi è Pollastrini?. –

Mi si annebbiò la vista e risposi con un fil di voce: – Pollastrini Giuseppe…l’autista delle signorine Condorelli.-

L’avvocato si mise a ridere, con un riso, per la verità, gentile, e disse:

– Ma sì certo… devi aver pazienza…lui ha telefonato e io gli ho parlato…tutto vero…ma sai com’è?… gli ho parlato e risposto con la mente ad altro, così che, quando ho buttato giù il telefono, mi sono domandato: ma chi era? Che ha detto? Che gli ho risposto? Ora tu sciogli il mistero: Dunque, se ben ricordo, Cesarano, tu vuoi una raccomandazione per diventare giardiniere al Comune? –

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In Italia si è poveri e si rimane poveri

Il titolo trasmetterà angoscia alla maggior parte di voi, perché sicuramente chi legge questo blog sta sulla mia stessa barca, ossia non è sicuramente ricco. Ho letto e meditato su una frase detta da Giulio Sapelli, docente di economia politica e storia economica all’Università Statale di Milano, e su un articolo letto su Linkiesta.it : “I figli dei poveri restano poveri: quanto è ingiusta l’Italia“.

La frase di Sapelli dice questo: «È difficile a un figlio di operai – come ero io e lo ero molto felicemente – fare alcunché di diverso (oggi, in questo tempo terribile), da ciò che fa il padre; così come è difficile, se non si nasce ricchi, diventarlo, ricco».

Vorrei sottolineare una frase dell’articolo in cui si analizza come è mutata la nostra società negli ultimi anni e dove (probabilmente?) è da ricercarne la causa: “La banca diviene un super mercato di vendita di strumenti di distruzione di massa senza porto d’armi. Da allora tutti i ministri economici del mondo sono collegati con il capitale finanziario in più o meno rilevante misura o evidenza o mancanza di pudore“.

Negli ultimi mesi, se non anni, abbiamo sentito parlare di crisi fino alla nausea. Addirittura portata all’esasperazione, con decine di suicidi di imprenditori che si sentono negli ultimi tempi ai telegiornali (come se prima non ci fossero mai stati ?! ). Ancora più nausea fanno i politici che si meriterebbero di non essere votati alle prossime elezioni…nessuno! Tanto alcuni di loro, anche se stanno a casa, continueranno a percepire vitalizi e benefit vari, o a svolgere il loro lavoro da libero professionista.

Comunque, in questa riflessione si parla della disuguaglianza di reddito presente in Italia, che arriva ai livelli degli Stati Uniti e supera, addirittura, quella dei Paesi OCSE. I grafici che riporto di seguito sono quelli presenti sul sito di Linkiesta.it e tratti dall’articolo citato in precedenza. In particolare, viene utilizzato il coefficiente di Gini, indice di concentrazione (tra 0 e 1) per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione (ad esempio, la situazione in cui tutti percepiscano esattamente lo stesso reddito); valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione (ovvero la situazione dove una persona percepisca tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo).

Quoto l’articolo del mio amico Mimmo sul suo blog DiarioAntiPolitico: “Più poveri e più incazzati“.

Quindi, come si fa a diventare ricchi (se già non lo si è) in Italia? O vincendo al Superenalotto o, peggio, rubando!

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Google Knowledge Graph: verso la nuova generazione dei motori di ricerca

Google ha un graph che la sa lunga (tratto da PuntoInformatico.it)

Knowlegde Graph è la nuova proposta di Mountain View per il suo search. Non è semantica, ma allarga il numero di informazioni fornite cercando di indovinare il vero significato di una ricerca

Si chiama Knowledge Graph il nuovo progetto di Google: si tratta di un ulteriore strumento a supporto del suo motore di ricerca e che dovrebbe servire a “scoprire nuove informazioni velocemente e facilmente”. Per “graph” Google intende un “modello intelligente in grado di capire le entità del mondo reale e le loro relazioni le une con le altre: fatti, dunque, non stringhe casuali di caratteri”.

Con Knowledge Graph, per il momento disponibile solo negli Stati Uniti ma già con opzioni specifiche per l’utilizzo mobile, Google intende dunque affinare le ricerche finora effettuate solo sulla base delle citazioni delle parole chiave e con i risultati che sono organizzati in base all’importanza stabilità dall’algoritmo PageRank.

Mountain View non arriva ad utilizzare l’aggettivo “semantico”, ma descrive semplicemente il tentativo di mettere in relazione la chiave di ricerca inserita dagli utenti (chiamata “oggetto”) con una selezione di concetti effettuata a monte: parla di circa 3,5 miliardi di diversi attributi impiegati finora per questa organizzazione, per il momento concentrata su 500 milioni di “oggetti”.

Così Knowledge Graph, che Google definisce “il primo passo verso la nuova generazione dei motori di ricerca”, promette di portare informazioni che sono rilevanti rispetto alla parola chiave, pur non citandola direttamente. Se si cercano informazioni su un pittore rinascimentale, dice BigG, il sistema restituirà risorse utili a documentarsi a tutto tondo sul movimento artistico, altri nomi famosi del periodo, tecniche di pittura ecc.

Graficamente Knowledge Graph segue una strada non dissimile da quella imboccata dal nuovo redesign di Bing: offre una colonna di risultati che occupa la fascia destra della pagina affiancandosi ai risultati tradizionali ed opzioni che permettono di affinare la ricerca originale definendo meglio l’oggetto: l’esempio che fa Mountain View è quello del “Taj Mahal”, parola che può riferirsi al monumento, ad un casinò, ad un musicista o ad un ristorante indiano nelle vicinanze.

Sempre sulla destra troveranno poi spazio le informazioni ritenute fondamentali sull’oggetto, organizzate in una sorta di specchietto in stile Wikipedia, selezionate in base alle precedenti ricerche aggregate compiute sull’argomento da altri utenti. Inoltre, accanto a queste trovano spazio curiosità e fatti che potrebbero in ogni caso risultare interessanti per l’utente perché, appunto, meno noti.

Dietro le quinte, in pratica, Knowledge Graph si appoggia a dati raccolti negli anni e su quanto finora cercato dagli utenti: una questione che ha naturalmente spinto gli osservatori a continuarsi a chiedere fin dove può arrivare l’occhio indiscreto di Google e cosa impedisce di fare invece il vincolo alla privacy degli utenti, anche se i loro dati vengono trattati in maniera aggregata.

Google, d’altronde, nel frattempo ha aumentato i dati raccolti e indicizzati dalle sue applicazioni web-crawling, i suoi bot: secondo lo sviluppatore canadese Alex Pankratov questi hanno ora imparato a comportarsi “più da umani” facendo girare anche i contenuti JavaScript e arrivando così ad esplorare anche i contenuti dinamici delle pagine.

Claudio Tamburrino

Informazioni dettagliate le trovate sul sito di Google:

http://www.google.com/insidesearch/features/search/knowledge.html

Come sta cambiando Volunia: importanti novità dal 18 maggio 2012

In questi mesi, vi sarà sicuramente capitato di domandarvi che fine avesse fatto Volunia e, probabilmente, cosa stava nascondendo il silenzio e l’assenza di comunicazioni da parte nostra.

Questa scelta vi sarà sembrata incomprensibile, magari a tratti anche irrispettosa e poco ragguardevole nei confronti di chi ha dimostrato curiosità, interesse e partecipazione intorno al progetto. Se il nostro atteggiamento è risultato tale, o vi ha in qualche modo infastidito, vi preghiamo di accettare le nostre scuse. Chiediamo scusa soprattutto ai nostri Power User, che nonostante tutto, sono rimasti con noi, hanno continuato a scoprire, scandagliare, studiare la piattaforma di Volunia.

Ci teniamo, però, a farvi sapere che non è mai stata nostra intenzione ignorare le voci rivolte a noi o chiudere le porte ai nostri sostenitori. Abbiamo preferito, in questi mesi, rimanere momentaneamente in disparte, per osservare doviziosamente quello che stava succedendo, in seguito al lancio della prima Beta, e ascoltare con attenzione tutto ciò che ci veniva criticato, suggerito, consigliato.

Abbiamo accettato, seppur con dispiacere, anche polemiche e duri attacchi, comprendendo che erano dettati dal disappunto e dalla delusione che probabilmente questa nostra linea di azione ha contribuito ad alimentare.

Questo nostro ritiro si è tradotto, dunque, in un’approfondita attività di analisi delle criticità, che ci ha portato a comprendere, mediante un duro e scrupoloso lavoro di ricerca e implementazione, cosa migliorare, cosa modificare, cosa sostituire o integrare in Volunia.

Dal 18 maggio, infatti, i nostri Power User potranno testare con mano alcuni sostanziali cambiamenti, che consentiranno di comprendere ancora meglio l’identità, l’unicità di Volunia e le sue grandi potenzialità.

Ecco in anteprima qualche anticipazione:

  • Rafforzeremo le funzioni di ricerca attraverso l’integrazione nel sistema Volunia con uno dei principali motori di ricerca presenti sul mercato mondiale. Abbiamo deciso, pur continuando a portare avanti lo sviluppo del nostro motore, di mettere a vostra disposizione un motore di ricerca primario, per consentirvi di fruire di tutte le funzionalità di Volunia e di tutte le sue potenzialità.
  • Volunia avrà una nuova veste grafica, più funzionale e accattivante, pensata e realizzata anche grazie al Vostro contributo.
  • Metteremo a vostra disposizione documenti più chiari ed esaustivi riguardanti le politiche di privacy e i termini e condizioni di utilizzo del servizio Volunia.

E’ iniziata, dunque, la nuova fase di Volunia, agli aggiornamenti apportati il 18 maggio ne seguiranno altri, a partire dal 21 maggio.

Stiamo lavorando con solerzia per riuscire ad aprire Volunia a tutti. La nostra intenzione e la nostra speranza è di riuscire a renderlo disponibile al pubblico entro il 14 giugno. Questo tempo ci sarà utile a verificare, grazie anche al prezioso contributo dei nostri Power User, che durante questa seconda fase di Beta testing non emergano grosse criticità.

La svolta di Volunia inizia, però, in realtà, già oggi.

Questo che state leggendo, infatti, è il post inaugurale di blog.volunia, il nostro canale di comunicazione ufficiale attraverso il quale, a partire da questo momento, vi terremo al corrente di tutti i nostri passi nella crescita del progetto Volunia: le novità, il lancio ufficiale con apertura pubblica e tutte le innovazioni che apporteremo da ora in poi.

Con blog.volunia aumenteranno, oltretutto, le possibilità di interazione con voi utenti e se lo vorrete, potrete diventare parte integrante delle scelte di Volunia partecipando, per esempio, a sondaggi riguardanti la scelta di alcuni aspetti grafici, legati alle mappe visuali.

Oltre al blog, la nostra comunicazione passerà anche attraverso un servizio di newsletter e una rinnovata sezione Q&A.
Saremo sempre presenti. Sarete costantemente aggiornati e informati sugli sviluppi di Volunia e sulle tempistiche necessarie a rendere la nostra piattaforma sempre funzionale e in linea con le vostre esigenze e aspettative.

Grazie a tutti per averci aspettato.

Il Team Volunia

Mie considerazioni dopo aver letto l’articolo su Il Giornale (09 febbraio 2012):

Volunia, ma che delusione il Google made in Italy Lo abbiamo provato per voi

Debutta il motore di ricerca italiano, salutato da tutti come rivoluzionario. Il “papà”: siamo solo all’inizio, ma dovevamo mostrarci agli investitori
E’ vero, Volunia è all’inizio di una strada tutta in salita, ma con una idea eccellente. Il web è “social”? Ebbene, anche lo strumento che utilizziamo per navigarlo lo diventa. Purtroppo, il progetto nasce in un periodo non proprio roseo per la finanza mondiale. Ribadirei una cosa scontata, ossia che il grosso problema non è tanto il limite tecnologico, che si supera con il lavoro e la ricerca (cosa in cui noi Italiani siamo imbattibili), ma sono i soldi che non girano per finanziare progetti del genere.
Forse occorreva soltanto aspettare un pò prima di far uscire la versione “alfa”, tanto criticata forse immeritamente, ma con problemi evidenti (nella presentazione e nelle funzionalità).
L’articolo de Il Giornale che considera una delusione il “Google made in Italy” è per me sdegnoso per rappresentare un lavoro che nasce dalla collaborazione di una piccola equipe di studenti ed ex studenti dell’Università, dove insegna lo stesso Marchiori. Ma che ci si aspettava? Davvero di riprogettare Google da un giorno all’altro? Io premierei soprattutto l’idea brillante che, se trova a metà di quest’anno una realizzazione concreta e ben apprezzata, potrà essere un risultato straordinario per l’innovazione italiana.
Ancora una volta una idea innovativa che nasce nelle nostre Università ma che, stavolta, potrebbe essere sviluppata anche in casa nostra, invece di vedere le nostre menti geniali trovare gloria altrove.