Per ricostruire Città della Scienza…

Per ricostruire insieme Città della Scienza a Bagnoli (Napoli), distrutta da un incendio il 4 Maggio scorso, per salvare occupazione, ricerca, cultura e sviluppo dell’Italia, e non solo del Mezzogiorno.

Ricostruiamo Città della Scienza

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Bosone di Higgs, 600 scienziati italiani dietro la scoperta

Fiero di allegarvi un articolo sul Bosone di Higgs, che premia l’eccellenza italiana nel campo della ricerca, con l’auspicio di nuove attenzioni e investimenti da parte del nostro Governo a progetti del genere e alla formazione di “menti” italiane che nel Mondo si contraddistinguono per la loro professionalità e genialità.

Tratto da IlSole24ore:

Daniela Bortoletto è italiana, è professore in USA, alla Purdue University, un posto prestigioso e fa parte anche del team che lavora a Ginevra all’esperimento CMS, uno dei due giganteschi macchinari, tonnellate e tonnellate di ferro, cavi, elettronica che ha scovato l’elusivo bosone di Higgs, con una precisione tipo una parte su un milione. Simpaticamente ci dice che è un “cervello americano in fuga in Europa”, dato che lì una macchina come LHC hanno deciso, ancora anni fa, di non costruirla.

Ma la fisica italiana si distingue comunque non solo per la quantità dei ricercatori coinvolti, si parla a spanne di 600 persone, ma anche per la loor qualità sempre alta, in questi gruppi non si sta scaldare la sedia, e spesso altissima. Sergio Bertolucci è infatti il direttore scientifico di tutto il CERN, il più grande centro scientifico al mondo, e Fabiola Giannotti è a capo delle migliaia di fisici che lavorano all’esperimento ATLAS, gusto per fare due esempi ben importanti.

Ovviamente anche a Roma, dove si è svolta una conferenza stampa nella splendida sede dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, grande soddisfazione. Per tutti le parole del Presidente INFN Fernando FerroniI risultati presentati oggi dagli esperimenti ATLAS e CMS al CERN rappresentano un passo in avanti di straordinaria importanza per la conoscenza dell’Universo e dimostrano quanto la fisica delle alte energia sia entusiasmante, utile e necessaria allo sviluppo.

Ferroni ha giustamente messo anche in luce anche come “le tecnologie estreme impiegate negli esperimenti a LHC sono già state il punto di partenza per realizzare apparecchiature innovative quali ad esempio la Tomografia a Emissione di Positroni (PET) e i magneti ad alto campo della Risonanza Magnetica (RM), contribuendo quindi a costruire una società migliore, come fortemente indicato e voluto dalla Comunità Europea.

Importante, su LHC , la parte economica e industriale. L’Italia ha dato un contributo di circa 480 milioni di euro in 6 anni per la costruzione di LHC. I ritorni industriali sono stati sempre comparabili, e in un anno anche superiore, alla spesa. Un cinquantina di industrie del nostro Paese ha partecipato alla costruzione di LHC, concentrandosi soprattutto sugli esperimenti che oggi hanno dato questi spettacolari risultati e in parte sulla costruzione dell’anello da oltre 20 chilometri di diametro. Competere su questi livelli, d’altronde, ha portato la nostra industria a essere leader in vari campi della tecnologia per le apparecchiature della cosiddetta Big Science. Il Bosone fa bene alla crisi insomma.

Da il Sole24Orehttp://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-07-04/italia-higgs-122758.shtml?uuid=AbCSJb2F

ARTICOLI CORRELATI

[OpenData&SemanticWeb] Cittadinanza attiva con i Linked Open Data

Grazie al commento all’articolo “[SemanticWeb] DBpedia e il progetto Linked Data” lasciatomi da Michele Barbera (di SpazioDati.eu), sto approfondendo il discorso dei Linked Open Data, e ho letto tre validi e dettagliati riferimenti:

Ho estrapolato alcune informazioni utili per capire l’ambito di applicazione e gli obiettivi del riutilizzo delle informazioni del settore pubblico.

NOTA. I contenuti riportati di seguito vengono elaborati e presentati nel rispetto delle licenze dei riferimenti su citati (nella fattispecie Creative Commons Attribuzione-Non commerciale)

L’obiettivo dei Linked Data è quello di rendere i dati realmente comprensibili ai cittadini tramite applicazioni software sviluppate ad hoc e vedremo cosa vuol dire propriamente questa definizione. Ma è un processo che si attua soltanto se si seguono delle linee guida che permettono alle tecnologie dell’informazione di comprendere i dati e i loro collegamenti, ovvero l’informazione libera deve essere machine readable (che definiremo tecnicamente più avanti) in modo da poter creare una fitta rete di collegamenti e dare un significato al dato stesso (linked data).

 

Da dove nasce? Tutto ha origine dalla dottrina “Open Government” promossa dall’amministrazione Obama (anno 2009), arrivando a coniare la definizione diOpen Government Data, che si sta diffondendo nei paesi industrializzati con l’obiettivo di ottenere l’accesso libero e proattivo ai dati di un ambito specifico: istituzioni politiche e pubblica amministrazione. La dottrina prevede l’apertura di governi e PA verso nuove forme di trasparenza e partecipazione (e collaborazione) dei cittadini alla “cosa pubblica”.
Ma in realtà, la filosofia dell’accesso libero all’informazione nasce già prima, dal movimento Open Source, da termini come copyleft, Web2.0 (e, quindi, social software).
Nel Web tradizionale, la natura della relazione tra documenti è implicita perché l’HyperText Markup Language (HTML) non è in grado di esprimerne la semantica: i collegamenti (link) tra documenti non esprimono il tipo di relazione che li lega.
Tim Berners-Lee, nella sua prima proposta presentata al CERN nel 1989, espresse la necessità di creare un ipertesto globale, dove le informazioni fossero tutte collegate tra di loro, ma dove la ricerca dei contenuti avesse come risultato i documenti che davvero corrispondevano alla esigenze di chi fa la ricerca. Tale ipertesto globale (web semantico) si può creare con un sistema di gestione dell’informazione a grafo, i cui nodi sono collegati da link ipertestuali “etichettati”, ossia con la descrizione del tipo di relazione che si stabilisce tra due nodi. Si passa dal “World Wide Web” visto come una rete di documenti ad una “rete di dati” (Web of Data), dove i dati stessi sono inseriti in un contesto e, dunque, arricchiti di semantica. Cosa ancora più importante è che lo scopo del Web Semantico è quello di dare vita ad una “ragnatela” di dati elaborabili dalle macchine (machine readable, appunto). Il Web Semantico (o web dei dati) è l’obiettivo finale e i linked data offrono i mezzi per raggiungerlo.

 

[SemanticWeb] DBpedia e il progetto Linked Data

Condivido con voi un articolo interessante su DBpedia, che potete leggere al seguente link: https://webwatching.eustema.it/dbpedia-il-cuore-del-web-semantico/

Su questo blog, ho già citato DBpedia all’interno dell’articolo:

————————–

[Articolo tratto da WebWatching Eustema]

DBpedia è attualmente uno dei più importanti progetti legati al Web semantico, di cui oggi parliamo proprio per capire come internet stia evolvendo verso una dimensione più intelligente, basata sui dati collegati tra loro in modo strutturato (“Linked Open Data“).

Il progetto DBpedia consiste nella trasposizione in dati strutturati di tutto l’enorme patrimonio di conoscenze di Wikipedia, in modo che tali dati siano collegabili ad altri insiemi di dati ed utilizzabili in modo automatico dalle applicazioni. DBpedia è considerata da Tim Berners Lee (l’inventore del Web) come una delle parti più importanti proprio del progetto Linked Data, basato su RDF, il formato standard del Web semantico.

In parole povere, il formato RDF permette di “dare senso” alle informazioni, suddividendole in unità minime (“statement”), dette “triple”, ciascuna definita da 3 elementi(soggetto – predicato – oggetto) che consentono di creare relazioni con altre informazioni. Il soggetto è una risorsa, il predicato è una proprietà e l’oggetto è un valore (e quindi anche il puntamento  ad un’altra risorsa). Un esempio di tripla è “Umberto_Eco” “è_autore_di” “Il_nome-della_rosa”.

Lo stato dell’arte di DBpedia è il seguente: a settembre 2011 (ultimi dati disponibili) comprendeva più di 3.64 milioni di elementi, 1.83 milioni dei quali classificati in un’ontologia consistente, incluse 416.,000 persone, 526.000 luoghi, 106.000 album musicali, 60.000 film, 17.500 videogiochi, 169.000 organizzazioni, 183.000 specie animali e 5.400 patologie. Il tutto in 97 lingue e con link a 6,2 milioni di link ad altri dataset. Questi ultimi comprendono, tra gli altri,  GeoNames (il database con oltre 10 milioni di nomi geografici), il Progetto Gutenberg (una biblioteca con i testi dei libri di pubblico dominio), Musicbrainz (enciclopedia della musica), il CIA World Fact Book, eccetera, oltre a numerosi dataset ontologici che consentono di creare correlazioni tra i vari domini di conoscenza. Tutto in licenza Creative Commons.

Anche in Italia, naturalmente, sta crescendo DBpedia, con oltre 1 milione di entità estratte da Wikipedia in lingua italiana e nell’ambito del progetto Linked Open Data Italia. Quest’ultimo comprende, per ora, qualche dataset di un certo rilievo, come Dati.camera.itMusei Italiani e Scuole Italiane.

Link utili su questo argomento

L’attuale “nuvola” dei Linked Open Data (clicca sul link per ingrandire)

Volunia: Marchiori dice addio

In questo blog si è già parlato di Volunia, il motore di ricerca innovativo tutto italiano ideato da Massimo Marchiori e delle difficoltà di decollare per mancanza di investimenti forti (ahimè, siamo in Italia) e di difficoltà organizzative. Marchiori dice addio, scrivendo un articolo e spiegando le sue ragioni. Ora cosa succederà al progetto Volunia? Penso che l’idea morirà insieme al suo creatore. Qualcuno la definisce “la solita italianata”, io marcherei la frase “fuga di cervelli”. Si perchè geni come Marchiori non sono fatti per rimanere in Italia.

Ecco di seguito l’articolo di Marchiori:

La vita è fatta di storie. E la storia che sto per raccontarvi non è tutta la storia che potrei raccontare, anzi (quella completa sarebbe lunga come un libro), ma contiene gli elementi principali.

Cominciamo dalla fine: non sono più direttore tecnico di Volunia. E non solo: non dirò più una sola parola tecnica, non darò più un’idea, non contribuirò alla manutenzione ed al miglioramento né del codice che ho scritto, né degli algoritmi che ho dato al progetto, e non ne creerò mai più di nuovi. A meno che la situazione non cambi.

Per capire come questo sia potuto succedere, occorre tornare indietro, all’inizio della storia.

Volunia
Volunia, è risaputo, nasce qualche anno fa, da una serie di mie idee che ho concretizzato in un progetto strutturato e ambizioso. Un progetto, a mio avviso, troppo bello per non essere realizzato; e dal potenziale enorme. Decisi così di mettermi in gioco, buttandomi anima e corpo in quest’avventura, anche a costo di enormi sacrifici personali.

Quello che però forse non sapete è che io non sono l’Amministratore Delegato di Volunia. In altre parole, non sono io il numero uno della società. Perché ho accettato allora? Perché in tutta la mia vita finora, avevo sempre lavorato con persone che mettevano in prima piano passione, fiducia, onestà. E poi, perché mi sono lasciato convincere da una argomentazione tutt’ora vera: che il progetto non sopravviverebbe senza di me. Ho creato un team e l’ho guidato nella costruzione da zero del sistema, ho affrontato le difficoltà di una startup e cercato soluzioni a mano a mano che la complessità aumentava,  sempre con la visione del progetto globale.

Sebbene fossi consapevole che lasciare la carica di Amministratore Delegato ad altri avrebbe potuto rivelarsi una scelta delicata da un punto di vista strettamente economico, ho accettato di impegnarmi in questo progetto perché quello che faccio nella vita – Volunia incluso –  non ha lo scopo primario di “fare i soldi”. Se il mio obiettivo fosse l’arricchimento personale, avrei da tempo abbandonato l’Università e l’Italia e accettato una delle offerte provenienti dall’estero. Mi sono invece immerso anima e corpo in questo progetto per la bellezza di far progredire il mondo del web, per il piacere di dare una scossa al futuro e fare qualcosa di utile.

Ed anche per altri motivi, come quello di dare stimoli all’Italia, mostrare che si deve cercare di innovare, e non serve necessariamente scappare da questo Paese per farlo..

Vero che un progetto del genere, per avere successo, deve generare utili. Avevo ideato questa parte del progetto in maniera precisa e scrupolosa, con idee specifiche ed algoritmi opportuni (che, ripeto, ora non darò più a Volunia) ma lo scopo finale era proporre agli utenti della rete modi nuovi di concepire il web e di sfruttarne le potenzialità.
Così, mi sono fidato, accettando di non essere il numero uno. Mi sono occupato di quello che era fondamentale: la direzione tecnica di Volunia.

Una direzione tecnica dovrebbe realizzare in completa autonomia le proprie idee innovative, nella maniera migliore ed il più efficientemente e rapidamente possibile. Così sarebbe ovviamente dovuto essere. Ma non è andata così, ed i risultati si sono visti.
Finora non ho parlato, sopportando molte avversità per il bene ultimo del progetto, ma gli ultimi avvenimenti mi impongono di intervenire.

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Come sta cambiando Volunia: importanti novità dal 18 maggio 2012

In questi mesi, vi sarà sicuramente capitato di domandarvi che fine avesse fatto Volunia e, probabilmente, cosa stava nascondendo il silenzio e l’assenza di comunicazioni da parte nostra.

Questa scelta vi sarà sembrata incomprensibile, magari a tratti anche irrispettosa e poco ragguardevole nei confronti di chi ha dimostrato curiosità, interesse e partecipazione intorno al progetto. Se il nostro atteggiamento è risultato tale, o vi ha in qualche modo infastidito, vi preghiamo di accettare le nostre scuse. Chiediamo scusa soprattutto ai nostri Power User, che nonostante tutto, sono rimasti con noi, hanno continuato a scoprire, scandagliare, studiare la piattaforma di Volunia.

Ci teniamo, però, a farvi sapere che non è mai stata nostra intenzione ignorare le voci rivolte a noi o chiudere le porte ai nostri sostenitori. Abbiamo preferito, in questi mesi, rimanere momentaneamente in disparte, per osservare doviziosamente quello che stava succedendo, in seguito al lancio della prima Beta, e ascoltare con attenzione tutto ciò che ci veniva criticato, suggerito, consigliato.

Abbiamo accettato, seppur con dispiacere, anche polemiche e duri attacchi, comprendendo che erano dettati dal disappunto e dalla delusione che probabilmente questa nostra linea di azione ha contribuito ad alimentare.

Questo nostro ritiro si è tradotto, dunque, in un’approfondita attività di analisi delle criticità, che ci ha portato a comprendere, mediante un duro e scrupoloso lavoro di ricerca e implementazione, cosa migliorare, cosa modificare, cosa sostituire o integrare in Volunia.

Dal 18 maggio, infatti, i nostri Power User potranno testare con mano alcuni sostanziali cambiamenti, che consentiranno di comprendere ancora meglio l’identità, l’unicità di Volunia e le sue grandi potenzialità.

Ecco in anteprima qualche anticipazione:

  • Rafforzeremo le funzioni di ricerca attraverso l’integrazione nel sistema Volunia con uno dei principali motori di ricerca presenti sul mercato mondiale. Abbiamo deciso, pur continuando a portare avanti lo sviluppo del nostro motore, di mettere a vostra disposizione un motore di ricerca primario, per consentirvi di fruire di tutte le funzionalità di Volunia e di tutte le sue potenzialità.
  • Volunia avrà una nuova veste grafica, più funzionale e accattivante, pensata e realizzata anche grazie al Vostro contributo.
  • Metteremo a vostra disposizione documenti più chiari ed esaustivi riguardanti le politiche di privacy e i termini e condizioni di utilizzo del servizio Volunia.

E’ iniziata, dunque, la nuova fase di Volunia, agli aggiornamenti apportati il 18 maggio ne seguiranno altri, a partire dal 21 maggio.

Stiamo lavorando con solerzia per riuscire ad aprire Volunia a tutti. La nostra intenzione e la nostra speranza è di riuscire a renderlo disponibile al pubblico entro il 14 giugno. Questo tempo ci sarà utile a verificare, grazie anche al prezioso contributo dei nostri Power User, che durante questa seconda fase di Beta testing non emergano grosse criticità.

La svolta di Volunia inizia, però, in realtà, già oggi.

Questo che state leggendo, infatti, è il post inaugurale di blog.volunia, il nostro canale di comunicazione ufficiale attraverso il quale, a partire da questo momento, vi terremo al corrente di tutti i nostri passi nella crescita del progetto Volunia: le novità, il lancio ufficiale con apertura pubblica e tutte le innovazioni che apporteremo da ora in poi.

Con blog.volunia aumenteranno, oltretutto, le possibilità di interazione con voi utenti e se lo vorrete, potrete diventare parte integrante delle scelte di Volunia partecipando, per esempio, a sondaggi riguardanti la scelta di alcuni aspetti grafici, legati alle mappe visuali.

Oltre al blog, la nostra comunicazione passerà anche attraverso un servizio di newsletter e una rinnovata sezione Q&A.
Saremo sempre presenti. Sarete costantemente aggiornati e informati sugli sviluppi di Volunia e sulle tempistiche necessarie a rendere la nostra piattaforma sempre funzionale e in linea con le vostre esigenze e aspettative.

Grazie a tutti per averci aspettato.

Il Team Volunia

Mie considerazioni dopo aver letto l’articolo su Il Giornale (09 febbraio 2012):

Volunia, ma che delusione il Google made in Italy Lo abbiamo provato per voi

Debutta il motore di ricerca italiano, salutato da tutti come rivoluzionario. Il “papà”: siamo solo all’inizio, ma dovevamo mostrarci agli investitori
E’ vero, Volunia è all’inizio di una strada tutta in salita, ma con una idea eccellente. Il web è “social”? Ebbene, anche lo strumento che utilizziamo per navigarlo lo diventa. Purtroppo, il progetto nasce in un periodo non proprio roseo per la finanza mondiale. Ribadirei una cosa scontata, ossia che il grosso problema non è tanto il limite tecnologico, che si supera con il lavoro e la ricerca (cosa in cui noi Italiani siamo imbattibili), ma sono i soldi che non girano per finanziare progetti del genere.
Forse occorreva soltanto aspettare un pò prima di far uscire la versione “alfa”, tanto criticata forse immeritamente, ma con problemi evidenti (nella presentazione e nelle funzionalità).
L’articolo de Il Giornale che considera una delusione il “Google made in Italy” è per me sdegnoso per rappresentare un lavoro che nasce dalla collaborazione di una piccola equipe di studenti ed ex studenti dell’Università, dove insegna lo stesso Marchiori. Ma che ci si aspettava? Davvero di riprogettare Google da un giorno all’altro? Io premierei soprattutto l’idea brillante che, se trova a metà di quest’anno una realizzazione concreta e ben apprezzata, potrà essere un risultato straordinario per l’innovazione italiana.
Ancora una volta una idea innovativa che nasce nelle nostre Università ma che, stavolta, potrebbe essere sviluppata anche in casa nostra, invece di vedere le nostre menti geniali trovare gloria altrove.

Il nepotismo nelle Università Italiane


E’ risaputo (o meglio, lo era?) che nell’ambito scientifico gli autori italiani che pubblicano su importanti riviste del settore vanno molto forte. Eppure si hanno enormi difficoltà a fare ricerca in Italia, per mancanza di investimenti e continui stravolgimenti nella vita accademica, che portano molte brillanti menti ad espatriare.

Mi ha colpito molto lo studio fatto da un tale Stefano Allesina, docente italiano di metodi matematici applicati all’ecologia che (guarda un po’) insegna all’Università di Chicago. Forse un po’ per ripicca, ha deciso di fare una statistica sulla frequenza delle ripetizioni di cognomi fra i 61 mila e passa docenti censiti dal Ministero della Pubblica Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ecco i dati che se ne sono estrapolati:

  • circa 27 mila cognomi sono risultati differenti
  • il resto, che comunque è soggetto ad omonimie, lo si è “ponderato”confrontando le frequenze dei cognomi uguali con quelle che si avrebbero da un campione casuale di cognomi (operazione simulata un milione di volte al calcolatore).

Ne è uscito fuori che esiste un’elevata probabilità di diffusi comportamenti nepotistici nelle Università Italiane e, guarda caso, le identità si concentrano in una stessa disciplina. Ecco le discipline dove si verificano più di questi casi: ingegneria industriale, giurisprudenza e medicina, per citarne alcune.

A questo punto, “Evviva!” l’articolo 18 della Legge 240/10, entrato in vigore a gennaio 2011 che vieta l’assunzione, in un dipartimento di parenti, fino al quarto grado, di un docente che già vi appartenga.

Un grosso plauso va ai nostri talenti, tagliati dalla ricerca italiana, che hanno ottenuto riconoscimenti internazionali nel 2011 (e non sono pochi!). Alla faccia dei raccomandati!

(Articolo ripreso dal numero di Settembre 2011 de Le Scienze)

Letture consigliate sull’argomento:

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