Cosa l’utente realmente voleva…la metafora dell’altalena

Chi ha studiato ingegneria del software si sarà sicuramente imbattuto in almeno una delle seguenti figure:

tireSwing-altalena la cruda realtà

 

La metafora dell’altalena dà bene l’idea del “gap” tra le esigenze dell’utente e quello che effettivamente viene realizzato da un progetto, quando le figure coinvolte diventano troppe e poco coordinate. Vi consiglio di leggere i seguenti articoli:

 

User-centered design: progettare considerando i bisogni degli utenti

Semplicemente stupendo il libro che sto leggendo e di cui scriverò in questi giorni una sintesi su questo blog. Il libro è di Donald A. Norman e si intitola La caffettieria del masochistaRiporto un suo estratto che si collega ad una considerazione personale che avevo pensato di scrivere nei giorni scorsi.

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Questa è una sorta di autocritica per chi come me si occupa di progettazione e sviluppo di software. Ecco il passo del libro in questione:

“Ma i progettisti sembrano particolarmente dimentichi dei bisogni degli utenti, particolarmente inclini a cadere in tutti i trabocchetti del design. Gli specialisti del design non sono interpellati quasi mai per questo tipo di prodotti. La progettazione è lasciata invece tutta nelle mani di ingegneri e programmatori, persone che di solito non hanno alcuna esperienza né competenza specialistica nel campo del design.

Il carattere astratto del computer propone una sfida tutta particolare. Il funzionamento è elettronico, invisibile, senza alcun segno esterno delle azioni che vengono eseguite. E i comandi vengono impartiti mediante un linguaggio astratto, un linguaggio che specifica il flusso interno dell’informazione, con le relative istruzioni, ma che non è particolarmente tagliato a misura dei bisogni dell’utente.

I programmatori specializzati lavorano su questi linguaggi  per impartire al sistema le istruzioni necessarie per eseguire le operazioni richieste. E’ un compito complesso e i programmatori devono possedere un ampio repertorio di competenze e talenti naturali. La messa a punto di un programma esige infatti una combinazione di capacità specialistiche, della preparazione tecnica della conoscenza del compito, fino alla cognizione delle esigenze e delle capacità degli utenti.

Ai programmatori non dovrebbe essere addossata la responsabilità delle interazioni tra la macchina e gli utenti:non ne hanno la competenza specialistica, né dovrebbero averla. Molti dei programmi esistenti per le applicazioni da parte degli utenti di base sono troppo astratti, richiedendo manovre che hanno un senso per le esigenze del computer – e agli occhi dello specialista di computer – ma non sono coerenti, ragionevoli, necessarie o comprensibili per l’utilizzatore normale. Per rendere il sistema più facile da usare e capire ci vuole una gran quantità di lavoro in più. I programmatori hanno tutta la mia comprensione, ma tuttavia non posso scusare il generale disinteresse per i problemi degli utenti. ”

 

E ancora condivido la considerazione di Norman sulla poca presenza nei programmi universitari di materie relative all’usabilità e alla progettazione “usercentric” dei sistemi, non solo informativi. Il cosiddetto user-centered design.

” La scienza del computer ha lavorato finora allo sviluppo di potenti linguaggi di programmazione che permettono di risolvere i problemi tecnici di calcolo. Deboli sforzi sono stati compiuti in direzione di efficaci linguaggi interattivi. Ogni studente di un corso per programmatori viene istruito sugli aspetti computazionali dei computer, mentre sono rarissime invece le lezioni sui problemi che si pongono all’utente. In generale questo tipo di insegnamento non è richiesto nei piani di studio, né peraltro sarebbe facile fargli posto negli orari già fittissimi e massacranti cui devono sottoporsi gli studenti d’informatica. Il risultato è che la maggior parte dei programmatori sa scrivere programmi capaci di eseguire operazioni mirabili, ma inutilizzabili per chi non è uno specialistica del ramo. Quasi nessuno di loro pensa ai problemi che deve affrontare l’utilizzatore. Da qui la sincera sorpresa che li coglie quando scoprono che le loro creazioni sottopongono l’utente comune a una dispotica tirannia.”

 

E’ importante lavorare con persone creative. Ho conosciuto professionisti capaci di applicare principi di buon design e di usabilità nella progettazione di software, sia web che mobile. Dai grafici attenti a questi principi si impara e si trae una esperienza professionale positiva, oltre a produrre software di buona qualità e piacevole per l’utente.

La cosiddetta user experience merita un’attenzione particolare; dovrebbe essere un processo a parte nello sviluppo del software. Specie nelle società ICT italiane, spesso si confondono le figure di progettista, analista, sviluppatore, oltre a non esistere quelle di graphic o user experience designer. Ma per mantenere alto il livello di qualità e competitività del prodotto, occorre essere coscienti della forte specializzazione delle competenze da mettere in gioco.

Cito due massime efficaci per trarre le seguenti conclusioni:

  1. Chi nasce tondo, non muore quadrato” – dividiamo le competenze e le responsabilità delle figure coinvolte in un progetto.  Ognuno faccia il proprio mestiere, senza confondere le professionalità. Dalla interazione di queste professionalità, nasce il buon presupposto per realizzare un prodotto di successo.
  2. Lo sparagno (cit. risparmio) è mal guadagno” – il cosiddetto “triplo vincolo” di un progetto (costo, tempo, qualità), andrebbe spostato sempre più in direzione della qualità. Per far ciò occorre dotarsi di figure competenti per coprire i vari ambiti della progettazione software (analisti, grafici, sviluppatori, progettisti, ecc.). Provate a far fare ad uno sviluppatore la grafica, nella maggior parte dei casi produrrà qualcosa di poco piacevole ed usabile per l’utente finale.

Volunia: Marchiori dice addio

In questo blog si è già parlato di Volunia, il motore di ricerca innovativo tutto italiano ideato da Massimo Marchiori e delle difficoltà di decollare per mancanza di investimenti forti (ahimè, siamo in Italia) e di difficoltà organizzative. Marchiori dice addio, scrivendo un articolo e spiegando le sue ragioni. Ora cosa succederà al progetto Volunia? Penso che l’idea morirà insieme al suo creatore. Qualcuno la definisce “la solita italianata”, io marcherei la frase “fuga di cervelli”. Si perchè geni come Marchiori non sono fatti per rimanere in Italia.

Ecco di seguito l’articolo di Marchiori:

La vita è fatta di storie. E la storia che sto per raccontarvi non è tutta la storia che potrei raccontare, anzi (quella completa sarebbe lunga come un libro), ma contiene gli elementi principali.

Cominciamo dalla fine: non sono più direttore tecnico di Volunia. E non solo: non dirò più una sola parola tecnica, non darò più un’idea, non contribuirò alla manutenzione ed al miglioramento né del codice che ho scritto, né degli algoritmi che ho dato al progetto, e non ne creerò mai più di nuovi. A meno che la situazione non cambi.

Per capire come questo sia potuto succedere, occorre tornare indietro, all’inizio della storia.

Volunia
Volunia, è risaputo, nasce qualche anno fa, da una serie di mie idee che ho concretizzato in un progetto strutturato e ambizioso. Un progetto, a mio avviso, troppo bello per non essere realizzato; e dal potenziale enorme. Decisi così di mettermi in gioco, buttandomi anima e corpo in quest’avventura, anche a costo di enormi sacrifici personali.

Quello che però forse non sapete è che io non sono l’Amministratore Delegato di Volunia. In altre parole, non sono io il numero uno della società. Perché ho accettato allora? Perché in tutta la mia vita finora, avevo sempre lavorato con persone che mettevano in prima piano passione, fiducia, onestà. E poi, perché mi sono lasciato convincere da una argomentazione tutt’ora vera: che il progetto non sopravviverebbe senza di me. Ho creato un team e l’ho guidato nella costruzione da zero del sistema, ho affrontato le difficoltà di una startup e cercato soluzioni a mano a mano che la complessità aumentava,  sempre con la visione del progetto globale.

Sebbene fossi consapevole che lasciare la carica di Amministratore Delegato ad altri avrebbe potuto rivelarsi una scelta delicata da un punto di vista strettamente economico, ho accettato di impegnarmi in questo progetto perché quello che faccio nella vita – Volunia incluso –  non ha lo scopo primario di “fare i soldi”. Se il mio obiettivo fosse l’arricchimento personale, avrei da tempo abbandonato l’Università e l’Italia e accettato una delle offerte provenienti dall’estero. Mi sono invece immerso anima e corpo in questo progetto per la bellezza di far progredire il mondo del web, per il piacere di dare una scossa al futuro e fare qualcosa di utile.

Ed anche per altri motivi, come quello di dare stimoli all’Italia, mostrare che si deve cercare di innovare, e non serve necessariamente scappare da questo Paese per farlo..

Vero che un progetto del genere, per avere successo, deve generare utili. Avevo ideato questa parte del progetto in maniera precisa e scrupolosa, con idee specifiche ed algoritmi opportuni (che, ripeto, ora non darò più a Volunia) ma lo scopo finale era proporre agli utenti della rete modi nuovi di concepire il web e di sfruttarne le potenzialità.
Così, mi sono fidato, accettando di non essere il numero uno. Mi sono occupato di quello che era fondamentale: la direzione tecnica di Volunia.

Una direzione tecnica dovrebbe realizzare in completa autonomia le proprie idee innovative, nella maniera migliore ed il più efficientemente e rapidamente possibile. Così sarebbe ovviamente dovuto essere. Ma non è andata così, ed i risultati si sono visti.
Finora non ho parlato, sopportando molte avversità per il bene ultimo del progetto, ma gli ultimi avvenimenti mi impongono di intervenire.

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