Il “ricco” mestiere del parcheggiatore abusivo

[Tratto da L’Indro – L’approfondimento Quotidiano Indipendente (30 Ottobre 2014) – Il ‘ricco’ mestiere del parcheggiatore abusivo]

Il confine tra folclore e illegalità è una linea sempre molto sottile allorquando si parla di Napoli e dei suoi mille mestieri. Il parcheggiatore abusivo tra questi occupa senz’altro un posto di rilievo. Il giro di affari mosso dal settore vale diversi milioni di euro. Singole aree di sosta possono rendere infatti anche 40 mila euro al mese. Un business gestito interamente dalla camorra.

Secondo l’ultimo rapporto in materia stilato dai Vigili Urbani qualche tempo fa,  Piazza Arcangelo Scacchi, alle spalle di piazza Nicola Amore, è controllato dalla famiglia Macor per conto dell’ex clan Misso. Solo per la sosta degli ‘abbonati’ entra una cifra mensile di circa 12mila euro. Ma l’area, dove si lavora anche di notte, riesce a fruttare almeno 40mila euro. Piazza Santo Sepolcro, all’altezza dell’Università Suor Orsola Benincasa lungo il corso Vittorio Emanuele è controllata dal clan Di Biase. In questo caso le entrate ammontano a 15mila euro al mese. Il Rione Luzzati, nelle mani del clan Mazzarella, rende 25mila euro al mese e molte delle auto in sosta sono di residenti costretti a pagare per lasciare l’auto e non temere ritorsioni.

Ma per chi volesse avere un elenco dettagliato e aggiornato in tempo reale del fenomeno a Napoli come nel resto d’Italia è possibile consultare i dati dal sito web iparcheggiatori.it. Nel solo capoluogo partenopeo a oggi sono 627 i parcheggiatori senza permesso che si sono appropriati di intere zone della città (l’intera Lombardia ne ha 22), cifra che sale a 1036 se si considera l’intera regione Campania che neanche a dirlo detiene il primato, seguita da Sicilia con  213 e Lazio 158. I numeri così come ci spiega l’ideatore del sito Pasquale Mauriello: Sono forniti direttamente dagli utenti. Chiunque si imbatta in una di queste figure può tranquillamente segnalare il luogo, la tipologia di parcheggiatore, aggressivo o accomodante, unitamente al costo della tariffa”. I l servizio reso dal sito, realizzato grazie anche all’apporto di Fabio Ranieri, Antonio Puledda, Michele Palantamura, Francesco Ficetola e Sara Guidotti è stato accolto con estremo favore dal Comune di Napoli che ha deciso di collaborare fornendo i dati degli interventi da parte dei vigili urbani per cercare di arginare il fenomeno.

Diversificate a seconda delle zone il denaro estorto dai parcheggiatori. “Mediamente si va da 1 a 3 euro a sosta” senza contare naturalmente gli eventi speciali come ad esempio le partita del Napoli, in quel caso l’obolo da versare può salire anche a 5 euro. “Il fenomeno è più diffuso di quanto si possa credere” argomenta Mauriello. Una condotta che più che assurgere a innocuo elemento caratterizzante la città sembra essere diventata un vero e proprio lavoro. “La differenza” argomenta questo giovane praticante avvocato con il gusto dell’innovazione  “è che prima trattavasi di casi più isolati, dettati principalmente dal bisogno di lavoro di pochi, quasi folclore in una città che ha fatto di quest’ultimi da sempre il proprio biglietto da visita, oggi invece è una vera e propria professione”.

Difficile dargli torto. Di recente un parcheggiatore abusivo intervistato da una nota radio locale ha dichiarato di versare alla camorra dai 100 ai 500 euro a seconda della zona da lui occupata. Somme a cui vanno aggiunte i guadagni personali che possono essere pari o persino superiori. Cifre apparentemente iperboliche ma che possono tranquillamente considerarsi arrotondate per difetto.  Il costo per stare tranquilli ed evitare ritorsioni ai danni dell’auto si aggira infatti da 1 euro a salire, cifra che può arrivare anche a 5 euro in caso di eventi speciali come le partite casalinghe del Napoli calcio.

Un fenomeno difficile da debellare. “Il grande problema” continua Mauriello “è che al momento non esiste una specifica figura di reato. Un parcheggiatore abusivo al di là di una sanzione amministrativa che difficilmente pagherà perché nel 90% dei casi risulta nullatenente è perseguibile solo per estorsione. Quest’ultimo reato però non è facilmente dimostrabile, in quanto comunque richiede un ruolo attivo da parte della ‘vittima’,  in questo caso l’automobilista, che il più delle volte preferisce pagare ed evitare altri grattacapi”.

Diverso l’approccio al problema da parte dei cittadini. “Premesso che la figura del parcheggiatore abusivo vive e prospera proprio perché ci sono automobilisti pronti a pagare, c’è da registrare un atteggiamento diversificato da parte dei giovani sempre più refrattari a pagare per un qualcosa che in fondo gli spetta di diritto. Altro discorso invece vale per gli anziani, più tolleranti e sempre meno insofferenti verso un fenomeno che vivono come uno dei tanti aspetti folcloristici della città”.

Già, Napoli e il suo folclore, croce e delizia di una città incapace di accettare le regole del vivere civile anche quando a farne le spese sono per primi i suoi stessi abitanti.

 

Nel mercato delle app mobile, a non guadagnare saranno gli sviluppatori

In un post pubblicato a novembre scorso, esprimevo il mio parere circa le potenzialità/possibilità di guadagnare nel mercato delle app mobile:

l Freemium: Le app economiche potrebbero uccidere l’App Store

Stavolta riporto un pò di dati alla mano, citando un articolo pubblicato su Wired di Marzo 2014:

Con le app non si diventa ricchi

Sei un giovane smanettone in cerca di successo? Per fare soldi non ha senso pensare a una nuova app. Secondo un report di Gartner, una delle società leader nella consulenza e nell’analisi del mondo dell’Information Technology, nel 2018 solo lo 0,01% di questi software sarà anche un successo finanziario.

Nella guerra tra i marketplace che si sta consumando questa primavera, con l’offerta di Android Market che dovrebbe toccare quota 1 milione entro giugno superando iTunes Store, a non guadagnare un soldo saranno proprio gli sviluppatori. I download non significano successo finanziario: le previsioni indicano nel 94,5% la quota di applicazioni che nel 2017 saranno scaricabili gratis. Per avere probabilità di successo, sottolinea Gartner, bisogna puntare su grandi spese pubblicitarie o avere un brand già molto forte.

Per quanto riguarda le app a pagamento, già oggi il 90% è scaricato meno di 500 volte al giorno: una soglia che non permette di raggiungere la redditività finanziaria. Le previsioni indicano un ulteriore aumento dell’aggressività di un mercato già definito iperattivo. Le piattaforme per la produzione di app sono, da sole, oltre 200, in gran parte basate su strumenti open. E il loro numero
è destinato a crescere ancora.

[http://www.wired.it/economia/lavoro/2014/04/03/con-le-app-non-si-diventa-ricchi/]

 

Il Freemium: Le app economiche potrebbero uccidere l’App Store

Condivido la posizione di Lex Friedman (grande contributor su MacWorld) sulle app economiche pubblicate sui mobile store (non solo di Apple). Eccovi la traduzione e ringrazio il mio amico Marco per avermela segnalata:

freemium-vs-premium

Le applicazioni economiche potrebbero uccidere l’App Store (di Lex Friedman)

Più si abbassano i prezzi per il software dell’iPhone, più la situazione per noi consumatori potrebbe peggiorare. Lo smartphone è probabilmente una delle cose più costose che abbiamo in tasca quotidianamente. Eppure molte persone sono decisamente avare quando guardano gli scaffali virtuali dell’App Store. Come mai? Ironicamente le cose che sono economiche nel breve periodo tendono a diventare costose a lungo andare.

Non sorprende che le applicazioni gratuite siano decisamente più popolari delle applicazioni a pagamento: piace a tutti avere qualcosa senza spendere un centesimo. Ma la cosa strana è che la gente consideri un’applicazione da tre euro decisamente costosa, ed una da dieci euro dal prezzo addirittura esorbitante. Conosco gente che gioca allo stesso gioco gratuito ogni singolo giorno, sorbendosi tutti i banner pubblicitari, piuttosto che spendere cinque euro una volta sola ed andare avanti per sempre senza alcun banner pubblicitario.
Nel momento in cui scrivo, tra le prime venti applicazioni più vendute dell’App Store 15 costano un euro e la più costosa viene sette euro. Il prezzo medio delle top 100 app a pagamento è inferiore ai due euro.
Mi colpisce che così tanti possessori di dispositivi iOS non capiscano che non stanno agendo nel loro interesse né a breve né a lungo termine quando sorridono al pensiero di spendere soldi sull’App Store. I clienti che spendono un sacco di soldi per l’hardware di dispositivi iOS si puniscono poi risparmiando sulle app.

Ottieni ciò per cui paghi.

Le applicazioni a pagamento tendono ad essere migliori delle alternative gratuite. Sono in pochi gli utenti Twitter che pensano che l’applicazione ufficiale offra la miglior esperienza utente, ma molti rimangono su questa semplicemente per evitare di confron- tarsi con le alternative a pagamento come Tweetbot oppure Twitterrific.

Molte applicazioni gratuite sono buone. Ma quando paghi per un’applicazione premium, spesso paghi per una esperienza utente più profonda, una per la quale tu sei il cliente più importante e non sono gli inserzionisti i responsabili del supporto dietro le quinte alla app “gratuita”.

La ragione per cui gli sviluppatori fanno pagare per le proprie applicazioni è che sviluppare un’applicazione ha un costo. Con quello che lo sviluppatore guadagna dalla vendita della sua applicazione può rientrare nell’investimento iniziale di tempo e risorse ed investire nello sviluppo futuro dell’applicazione. I clienti beneficiano di questo ottenendo applicazioni migliorate o nuove applicazioni da questi sviluppatori, invece di applicazioni gratuite abbandonate e di qualità inferiore.

Per un’applicazione da un euro uno sviluppatore guadagna circa 70 centesimi. Di questo passo uno sviluppatore deve vendere più di 70 mila copie per guadagnare almeno 50 mila euro. Per uno sviluppatore indipendente questi servono a coprire le spese, il costo di sviluppo e di progettazione, e poi vivere di quello che resta. Ma se l’applicazione da un euro viene sviluppata da una piccola società di tre persone, è necessario venderne almeno 300 mila affinché il business sia sostenibile. Ovviamente se gli sviluppatori mettono in vendita la loro app per un euro non dobbiamo sentirci in colpa acquistandole. Ma gli sviluppatori mettono in vendita le loro applicazioni a costi così bassi perché sanno che è il prezzo massimo per cui i clienti pagherebbero. E se questo è vero le applicazioni a basso prezzo stanno avendo un impatto negativo su parecchie aziende reali e potenziali.

L’ascesa del Freemium

Gli sviluppatori, comunque, sono ricchi di risorse. Così, visto che molti utenti detestano dover pagare per le applicazioni, abbiamo visto l’ascesa del modello Freemium: puoi scaricare l’app o il gioco gratuitamente, ma per poter continuare a giocarci dovrai fare uno o più acquisti in-app. E questi micropagamenti non sono solamente fastidiosi, ma a lungo andare possono costare all’utente molto di più. Ad esempio: EA Real Racing 2 inizialmente costava poco meno di sette euro. Poi è uscito con il modello Freemium, che costa agli utenti decisamente di più sul lungo periodo, semplicemente per ottenere lo stesso diverti- mento che anche Real Racing 2 offriva.

Fino a quando i clienti dell’App Store non mostreranno volontà a spendere soldi per ottime applicazioni, gli sviluppatori dovranno continuare su questa strada semplicemente per rimanere a galla.

Non è poi così caro.

Un iPhone 5 senza contratto costa di listino 729 euro e se si sceglie un iPhone con contratto di due anni alla fine si arriva a pagare almeno la stessa cifra. A confronto, un’app di quelle “care” può arrivare a costare circa l’uno per cento del prezzo dell’iPhone. E lo vale.

Non si compra un Kindle solamente per leggere il dizionario ed il manuale di istruzioni precaricato. E così non si dovrebbe comprare un iPhone solamente per utilizzare le applicazioni gratuite. Equivale a mentire a se stessi, solamente perché ognuno è ormai condizionato pensando che spendere cinque euro per un app sia troppo. Non è sbagliato pagare per prodotti di qualità.

Spendere soldi per buone applicazioni significa anche investire in ottime applicazioni che verranno create in futuro. Sistemiamo l’economia dell’App Store e iniziamo a pagare per le applicazioni senza rabbrividire quando ne vediamo una per quattro euro.

Tanti possessori di dispositivi iOS non capiscono che non stanno agendo nel loro interesse né a breve né a lungo termine quando sorridono al pensiero di spendere soldi sull’App Store.

 

Un altro articolo interessante (più vecchiotto) sull’argomento: App Store: con i prezzi troppo bassi è la fine?

 

Ecco quello che penso:

Sono in parte d’accordo con l’articolo di Friedman, perché sono ancora piuttosto scettico sulla politica del business via app. La concorrenza è spietata ed è difficile essere all’altezza nello sviluppare un’app in grado di vendere tanto sullo store.
Secondo me, ci si guadagna quando c’è un progetto di marketing vincente e strutturato dietro. La politica del guadagno tramite advising stanca l’utente, ma può risultare vincente nel breve periodo. Il freemium è davvero una bella trovata e un’ancora di salvezza (Vedi: Freemium VS. Premium)
Nel piccolo si può guadagnare vendendo l’idea e l’app a clienti o investitori. Purtroppo, l’app business non fa girare molti soldi in Italia, perché i clienti non hanno la concezione dello sforzo che si fa nel realizzarle e non comprendono ancora le potenzialità e l’utilità che possono offrire agli utenti finali. In Italia facciamo ancora ben poco tramite mobile (vedi anche i pagamenti online o la disponibilità di servizi a distanza utili al cittadino…).

Guardate un po’ i guadagni che si traggono dal modello Freemium:
freemium-percent

[Social Marketing] Il paradigma SoLoMo e i location-based engagement (LBE)

Leggendo un manifesto pubblicato sul sito di MomentFeed, dal titolo SoLoMo – or Just About Everything Marketers Need to Know about the Convergence of Social, Local, and Mobile, si parla della convergenza di tre aspetti che nello scenario tecnologico attuale stanno andando di pari passo, ossia la socializzazione, la localizzazione e la mobilità. Appunto, SoLoMo sta per Social-Local-Mobile.

MomentFeed-SOLOMO
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L’argomento sembra scontato, ma si possono cogliere degli aspetti interessanti, specie quelli riguardanti i servizi location-based che vengono offerti da vari brand di mercato e che sfruttano le informazioni su interessi, abitudine e sul sentiment dei clienti.
Il fenomeno del SoLoMo ruota prevalentemente attorno all’utilizzo degli smartphone, che “seguono” l’utente ovunque, raccogliendo e tracciando una miriade di dati personali che spesso, inconsciamente, vengono condivisi online su piattaforme che da questi traggono un immenso valore commerciale.

Si è nella cosiddetta post-PC era, dove milioni di persone si trovano online contemporaneamente in mobilità, non più usando solo il pc di casa o ufficio, e gli utenti hanno ormai quell’esigenza ossessiva di essere connessi con il mondo, per ricevere notizie non solo da persone ma anche da attività commerciali, per essere avvisati su offerte e occasioni.

Secondo la IDC Analyze the Future, il numero di persone che accedono ad internet dagli smartphone, tablet e altri dispositivi mobile sorpasseranno il numero di utenti connessi dal pc di casa o ufficio nel 2015. Secondo Nielsen, il 37% degli utenti dei social network accede ad essi tramite mobile.

SoLoMo

SoLoMo

Si è passati dal Social Media 1.0, caratterizzato dall’utilizzo del pc per connettersi alle piattaforme sociali, al Social Media 2.0, il nuovo paradigma che si basa sulle smartphone-application e sulle mobile-web interface. Ai primordi, la localizzazione, ossia capire il luogo in cui si trovava l’utente (physical location), non aveva senso, visto che ci si connetteva da casa o in ufficio. Con la mobilità, le informazioni di geolocalizzazione sono diventate di stupefacente rilevanza e si è arrivati ad esasperare il paradigma di mobilità stesso: anche quando gli utenti sono offline dalla rete, in realtà sono connessi. Infatti, le loro informazioni vengono sincronizzate non appena le app sui loro smartphone si connettono alla rete, arricchendo la “matrice territoriale” (matrix territory), che geolocalizza gli utenti sulla mappa sociale.

ll punto chiave del fenomeno SoLoMo è il cosiddetto location-based engagement (LBE), ossia una sorta di “ingaggio” di un cliente da parte di una azienda o brand (chiamiamola marketer) e che si viene a creare quando, ad esempio, si utilizza una app di quest’ultima e si inizia con essa a condividere tutta una serie di informazioni, tra cui la propria posizione geografica, contestualizzata in un dato ambiente.
Gli attori tecnologici di questo “ingaggio” sono le piattaforme di LBE, le applicazioni mobile e i contextual layer.

SoLoMo - Layer

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