Nel mercato delle app mobile, a non guadagnare saranno gli sviluppatori

In un post pubblicato a novembre scorso, esprimevo il mio parere circa le potenzialità/possibilità di guadagnare nel mercato delle app mobile:

l Freemium: Le app economiche potrebbero uccidere l’App Store

Stavolta riporto un pò di dati alla mano, citando un articolo pubblicato su Wired di Marzo 2014:

Con le app non si diventa ricchi

Sei un giovane smanettone in cerca di successo? Per fare soldi non ha senso pensare a una nuova app. Secondo un report di Gartner, una delle società leader nella consulenza e nell’analisi del mondo dell’Information Technology, nel 2018 solo lo 0,01% di questi software sarà anche un successo finanziario.

Nella guerra tra i marketplace che si sta consumando questa primavera, con l’offerta di Android Market che dovrebbe toccare quota 1 milione entro giugno superando iTunes Store, a non guadagnare un soldo saranno proprio gli sviluppatori. I download non significano successo finanziario: le previsioni indicano nel 94,5% la quota di applicazioni che nel 2017 saranno scaricabili gratis. Per avere probabilità di successo, sottolinea Gartner, bisogna puntare su grandi spese pubblicitarie o avere un brand già molto forte.

Per quanto riguarda le app a pagamento, già oggi il 90% è scaricato meno di 500 volte al giorno: una soglia che non permette di raggiungere la redditività finanziaria. Le previsioni indicano un ulteriore aumento dell’aggressività di un mercato già definito iperattivo. Le piattaforme per la produzione di app sono, da sole, oltre 200, in gran parte basate su strumenti open. E il loro numero
è destinato a crescere ancora.

[http://www.wired.it/economia/lavoro/2014/04/03/con-le-app-non-si-diventa-ricchi/]

 

Il Freemium: Le app economiche potrebbero uccidere l’App Store

Condivido la posizione di Lex Friedman (grande contributor su MacWorld) sulle app economiche pubblicate sui mobile store (non solo di Apple). Eccovi la traduzione e ringrazio il mio amico Marco per avermela segnalata:

freemium-vs-premium

Le applicazioni economiche potrebbero uccidere l’App Store (di Lex Friedman)

Più si abbassano i prezzi per il software dell’iPhone, più la situazione per noi consumatori potrebbe peggiorare. Lo smartphone è probabilmente una delle cose più costose che abbiamo in tasca quotidianamente. Eppure molte persone sono decisamente avare quando guardano gli scaffali virtuali dell’App Store. Come mai? Ironicamente le cose che sono economiche nel breve periodo tendono a diventare costose a lungo andare.

Non sorprende che le applicazioni gratuite siano decisamente più popolari delle applicazioni a pagamento: piace a tutti avere qualcosa senza spendere un centesimo. Ma la cosa strana è che la gente consideri un’applicazione da tre euro decisamente costosa, ed una da dieci euro dal prezzo addirittura esorbitante. Conosco gente che gioca allo stesso gioco gratuito ogni singolo giorno, sorbendosi tutti i banner pubblicitari, piuttosto che spendere cinque euro una volta sola ed andare avanti per sempre senza alcun banner pubblicitario.
Nel momento in cui scrivo, tra le prime venti applicazioni più vendute dell’App Store 15 costano un euro e la più costosa viene sette euro. Il prezzo medio delle top 100 app a pagamento è inferiore ai due euro.
Mi colpisce che così tanti possessori di dispositivi iOS non capiscano che non stanno agendo nel loro interesse né a breve né a lungo termine quando sorridono al pensiero di spendere soldi sull’App Store. I clienti che spendono un sacco di soldi per l’hardware di dispositivi iOS si puniscono poi risparmiando sulle app.

Ottieni ciò per cui paghi.

Le applicazioni a pagamento tendono ad essere migliori delle alternative gratuite. Sono in pochi gli utenti Twitter che pensano che l’applicazione ufficiale offra la miglior esperienza utente, ma molti rimangono su questa semplicemente per evitare di confron- tarsi con le alternative a pagamento come Tweetbot oppure Twitterrific.

Molte applicazioni gratuite sono buone. Ma quando paghi per un’applicazione premium, spesso paghi per una esperienza utente più profonda, una per la quale tu sei il cliente più importante e non sono gli inserzionisti i responsabili del supporto dietro le quinte alla app “gratuita”.

La ragione per cui gli sviluppatori fanno pagare per le proprie applicazioni è che sviluppare un’applicazione ha un costo. Con quello che lo sviluppatore guadagna dalla vendita della sua applicazione può rientrare nell’investimento iniziale di tempo e risorse ed investire nello sviluppo futuro dell’applicazione. I clienti beneficiano di questo ottenendo applicazioni migliorate o nuove applicazioni da questi sviluppatori, invece di applicazioni gratuite abbandonate e di qualità inferiore.

Per un’applicazione da un euro uno sviluppatore guadagna circa 70 centesimi. Di questo passo uno sviluppatore deve vendere più di 70 mila copie per guadagnare almeno 50 mila euro. Per uno sviluppatore indipendente questi servono a coprire le spese, il costo di sviluppo e di progettazione, e poi vivere di quello che resta. Ma se l’applicazione da un euro viene sviluppata da una piccola società di tre persone, è necessario venderne almeno 300 mila affinché il business sia sostenibile. Ovviamente se gli sviluppatori mettono in vendita la loro app per un euro non dobbiamo sentirci in colpa acquistandole. Ma gli sviluppatori mettono in vendita le loro applicazioni a costi così bassi perché sanno che è il prezzo massimo per cui i clienti pagherebbero. E se questo è vero le applicazioni a basso prezzo stanno avendo un impatto negativo su parecchie aziende reali e potenziali.

L’ascesa del Freemium

Gli sviluppatori, comunque, sono ricchi di risorse. Così, visto che molti utenti detestano dover pagare per le applicazioni, abbiamo visto l’ascesa del modello Freemium: puoi scaricare l’app o il gioco gratuitamente, ma per poter continuare a giocarci dovrai fare uno o più acquisti in-app. E questi micropagamenti non sono solamente fastidiosi, ma a lungo andare possono costare all’utente molto di più. Ad esempio: EA Real Racing 2 inizialmente costava poco meno di sette euro. Poi è uscito con il modello Freemium, che costa agli utenti decisamente di più sul lungo periodo, semplicemente per ottenere lo stesso diverti- mento che anche Real Racing 2 offriva.

Fino a quando i clienti dell’App Store non mostreranno volontà a spendere soldi per ottime applicazioni, gli sviluppatori dovranno continuare su questa strada semplicemente per rimanere a galla.

Non è poi così caro.

Un iPhone 5 senza contratto costa di listino 729 euro e se si sceglie un iPhone con contratto di due anni alla fine si arriva a pagare almeno la stessa cifra. A confronto, un’app di quelle “care” può arrivare a costare circa l’uno per cento del prezzo dell’iPhone. E lo vale.

Non si compra un Kindle solamente per leggere il dizionario ed il manuale di istruzioni precaricato. E così non si dovrebbe comprare un iPhone solamente per utilizzare le applicazioni gratuite. Equivale a mentire a se stessi, solamente perché ognuno è ormai condizionato pensando che spendere cinque euro per un app sia troppo. Non è sbagliato pagare per prodotti di qualità.

Spendere soldi per buone applicazioni significa anche investire in ottime applicazioni che verranno create in futuro. Sistemiamo l’economia dell’App Store e iniziamo a pagare per le applicazioni senza rabbrividire quando ne vediamo una per quattro euro.

Tanti possessori di dispositivi iOS non capiscono che non stanno agendo nel loro interesse né a breve né a lungo termine quando sorridono al pensiero di spendere soldi sull’App Store.

 

Un altro articolo interessante (più vecchiotto) sull’argomento: App Store: con i prezzi troppo bassi è la fine?

 

Ecco quello che penso:

Sono in parte d’accordo con l’articolo di Friedman, perché sono ancora piuttosto scettico sulla politica del business via app. La concorrenza è spietata ed è difficile essere all’altezza nello sviluppare un’app in grado di vendere tanto sullo store.
Secondo me, ci si guadagna quando c’è un progetto di marketing vincente e strutturato dietro. La politica del guadagno tramite advising stanca l’utente, ma può risultare vincente nel breve periodo. Il freemium è davvero una bella trovata e un’ancora di salvezza (Vedi: Freemium VS. Premium)
Nel piccolo si può guadagnare vendendo l’idea e l’app a clienti o investitori. Purtroppo, l’app business non fa girare molti soldi in Italia, perché i clienti non hanno la concezione dello sforzo che si fa nel realizzarle e non comprendono ancora le potenzialità e l’utilità che possono offrire agli utenti finali. In Italia facciamo ancora ben poco tramite mobile (vedi anche i pagamenti online o la disponibilità di servizi a distanza utili al cittadino…).

Guardate un po’ i guadagni che si traggono dal modello Freemium:
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La legge di Metcalfe e i nostri “amici” sui social network

Leggendo un articolo pubblicato sul celebre blog di Joel Spolsky, mi sono imbattuto nella legge di Metcalfe, probabilmente valida (o possiamo dire “applicabile”) nel campo delle tecnologie delle reti informatiche, ma che potrebbe essere “obiettabile” nel contesto delle reti sociali, viste come interconnessioni di individui che si servono delle reti informatiche suddette come mezzo di comunicazione.

Ecco cosa dice la legge (definizione tratta dal Wikipedia – La legge di Metcalfe):

Definita da Robert Metcalfe, l’ideatore delle reti Ethernet, la Legge di Metcalfe afferma che “L’utilità e il valore di una rete sono pari ad n^2 – n dove n è il numero degli utenti”, trasformata in simboli:

N(N−1), oppure N²−N.

Tale legge spiega molti degli effetti delle tecnologie della comunicazioni e delle reti come Internet e il World Wide Web.

La legge di Metcalfe mette in rilievo il denominatore comune di tutte le tecnologie di comunicazione: il valore di una rete cresce esponenzialmente all’aumentare del numero dei suoi utenti.

Se nessuno utilizzasse una tecnologia, qualsiasi essa sia (dal un telefonino ad un social network come Facebook/Twitter), il suo valore intrinseco sarebbe nullo. Al contrario, più utenti la utilizzano, più il valore della tecnologia risalirebbe esponenzialmente. Ciò porta a rendere applicabile la legge di Metcalfe anche al contesto del marketing, il cui concetto è ben esplicato nell’articolo pubblicato su WebCopywriter.it (La legge di Metcalfe applicata al marketing):

Ora, se una tecnologia ha bisogno di tanti utenti per accrescere il proprio valore in maniera esponenziale allo stesso modo il marketing ha bisogno di una massa di utenti per rendere di successo le proprie campagne? Solo quando un’idea di marketing diventa così popolare da essere condivisa dalla stragrande della maggioranza del target di riferimento può diventare stratificazione culturale ed il brand può trasformarsi in lovemark? Prendiamo Apple: i suoi utenti sono talmente soddisfatti dei prodotti ed è talmente alta la reputazione di cui gode quella tecnologia ai loro occhi per cui si può parlare di una vera e propria sedimenzione culturale: il senso di quella tecnologia si confonde con l’insieme delle visioni dei suoi utenti, che diventano a tutti gli effetti i detentori del valore di quella tecnologia.

Si sta rivalutando, tuttavia, la legge poichè è alquanto ottimista: sempre su Wikipedia si legge che: “in un articolo pubblicato nel marzo 2005, due ricercatori dell’università del Minnesota, Andrew Odlyzko e Benjamin Tilly, sostengono che la legge di Metcalfe è eccessivamente ottimista. Secondo i ricercatori il difetto principale della legge di Metcalfe è che essa considera tutti i componenti di una rete di uguale importanza, quando in effetti non lo sono. I ricercatori propongono una nuova legge che regola la crescita del valore di una rete in modo logaritmico, che tiene conto di questo fattore importante. Il valore della rete e la sua crescita avviene dunque in modo meno spettacolare”.

L’obiezione che si potrebbe fare riguarda l’applicazione della legge nell’ambito delle reti sociali (da cui siamo partiti): cosa accade se in un social network il gruppo di utenti interconnessi diventa troppo grande?
Un numero troppo grande di partecipanti uccide di per sè la conversazione. L’ideale sarebbe avere un numero elevato di scambi bidirezionali. La legge di Melcalfe (dove il numero di connessioni cresce in ragione del quadrato del numero di nodi) applicata a questo contesto, evidenzia quanto l’aumentare dei partecipanti possa essere un ostacolo. Poiché il numero di potenziali scambi bidirezionali in un gruppo cresce più velocemente del gruppo stesso, l’unità viene a mancare rapidamente man mano che il sistema di ingrandisce. Bisogna fare in modo che gli utenti si attengano allo schema di “pochi ma buoni”, al fine di mantenere la coesione del gruppo.

Attenzione, parliamo di comunicazione/conversazione nell’ottica sociale del termine. E’ ovvio che se il numero di utenti a cui posso veicolare un messaggio (magari pubblicitario) è grande, migliore ne sarà la sua diffusione, ma qui ci ricolleghiamo al contesto del marketing su esposto.

In poche parole, non ha senso avere troppi “amici” su Facebook o Twitter (solo per far numero). Su tutti gli “amici” che abbiamo, ci metteremmo in contatto con meno del 10% di questi.

“Il valore di un social network è definito non solo da chi c’è dentro, ma anche da chi vi è escluso”

Questa citazione si trova in un articolo su Economist del futurologo Paul Saffo, il quale afferma che la legge di Metcalfe si applica al contrario nel contesto di Facebook (e di tutti i social network). Leggi Facebook, Defined Networks, and the Inverse of Metcalfe’s Law (by Scott Karp).
La legge di Metcalfe è valida nei vecchi sistemi di rete, come la posta elettronica o la telefonia. Le reti sociali perdono valore quando vanno oltre una certa dimensione.
Già le reti sociali definite “ASMALLWORLD”, un luogo esclusivo per pochi eletti, si stanno moltiplicando. Ciù suggerisce che il futuro del social networking non sarà un unico grande grafo sociale, ma una miriade di piccole comunità.

In sintesi, la legge di Metcalfe applicata ai social network potrebbe addirittura agire al contrario se si supera il limite (purtroppo non prevedibile) di utenti in un gruppo/comunità.