L’incantato del presepe

Tra le statuine del presepio, ce n’è una molto curiosa. La chiamano “il pastore meravigliato” o “l’incantato“.
Rappresenta un fanciullo con le mani vuote, le braccia aperte e il viso che
esprime meraviglia.

Un giorno le statuine del presepio se la presero con l’Incantato perché non
portava nessun dono a Gesù.
Gli dicevano:
“Non hai vergogna? Vieni a Gesù e non gli porti niente?”.

“L’Incantato” non rispondeva: era totalmente assorto nel guardare il Bambino.
I rimproveri si fecero più fitti.

Allora la Madonna intervenne: “Incantato non viene a mani vuote! Non vedete che porta al mio Gesù la sua meraviglia, il suo stupore! L’amore di Dio fatto bambino lo incanta”.

Quando tutti compresero, la Madonna concluse:

“Il mondo è pieno di meraviglie, ma gli uomini hanno perso la meraviglia.
Peccato! Perché è lo stupore che fa crescere il voltaggio dell’anima e la
ingentilisce.

E’ lo stupore che fa crescere giovani!”

Foto di un presepe scattata a Napoli - Dicembre 2012

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Un pò di sapere è pericoloso: “Ars longa, vita brevis”

Da quando ho messo su questo blog articoli tecnici, mi arrivano spesso mail per informazioni sulla risoluzione di problemi di programmazione, soprattutto quelli legati all’iOS di Apple, visti alcuni processi “rognosi” in cui spesso ci si sbatte.
La mia idea è che si sta procedendo verso quella che definirei “standardizzazione” del linguaggio, che facilita la programmazione, portando anche i non esperti del settore a “cimentarsi” nello sviluppo dei software.

Quella che scrivo è una riflessione che si può applicare ai settori lavorativi più disparati, ma che qui vorrei particolareggiare per quello in cui opero, quello dello sviluppo di software appunto.

Innanzitutto, parto da una citazione famosa di Socrate: “Scio ne sapio” (“Io so di non sapere”). La citazione è rivolta (e venne rivolta) con un atteggiamento polemico contro coloro che pretendono di sapere troppo. Ma il “non” sapere è uno stato normale dell’uomo.
La presente riflessione è nata dopo aver letto una mail, e di cui qui vi riporto un estratto:

[…] So utilizzare abbastanza bene Windows 7; non sono un programmatore, ma mi interesserebbe prendere delle lezioni sull’utilizzo dello smartphone e tablet Apple (rispettivamente iPhone e iPad). Sono appassionato di questi apparecchi, ma non so utilizzarli. […]

Cosa ho pensato? La curiosità è lecita, ma non si può pretendere di imparare a programmare così da un giorno all’altro e, sicuramente, non è il caso di partire da Objective-C per farlo.

Il punto di partenza potrebbe essere quello di trovare un “linguaggio padre”, come può essere C/C++/Java per i linguaggi “tipati” o Python/PHP per quelli “non tipati”.
L’importante è iniziare a pensare alla programmazione. Non programmare.

Mi ha molto affascinato l’articolo di Peter Norvig (padre dell’intelligenza artificiale) dal titolo: “Teach Yourself Programming in Ten Years“, e di cui riporto il link all’ottima traduzione di Fabio Tessitore): Imparara a programmare in 10 anni…perchè vanno tutti di fretta?

Vi invito a leggerlo tutto di un fiato. Io da qui ho estrapolato le seguenti frasi/citazioni:

  • La conclusione è che le persone vanno molto di fretta quando devono imparare qualcosa sui computer, oppure che i computer sono qualcosa di favolosamente facile da imparare rispetto a qualsiasi altra cosa.
  • Non ci sono libri su come studiare Beethoven, la Fisica dei Quanti o perfino l’Addestramento dei Cani in pochi giorni.
  • Come disse Alexander Pope, “un po’ di sapere è pericoloso“.
  • Qual è il punto? Alan Perlis una volta disse: “Un linguaggio che non influenza il modo di pensare la programmazione, non vale la pena di essere conosciuto. È possibile che debba imparare una piccola parte del C++ (o più probabilmente, qualcosa del tipo JavaScript o Flash) perché hai bisogno di interfacciarti con qualcosa di esistente per portare a termine un compito specifico. Ma allora non stai imparando a programmare; stai imparando a completare quel compito”.
  • Alcuni ricercatori (Bloom (1985), Bryan & Harter (1899), Hayes (1989), Simmon & Chase (1973)) hanno dimostrato che sono necessari circa dieci anni per sviluppare esperienza in una gran varietà di campi, inclusi il gioco degli scacchi, la composizione musicale, la telegrafia, la pittura, il suonare il pianoforte, il nuoto, il tennis, le ricerche in neuropsicologia e in topologia.
  • La chiave è la pratica intenzionale: non semplicemente farlo ancora e ancora, ma impegnarsi in un compito appena oltre le proprie abilità, provare, analizzare il proprio rendimento mentre e dopo l’esecuzione e correggere gli errori. Quindi ripetere. E ripetere ancora. (Vedi l’articolo “Lo sgobbone batte l’intelligente“)
  • Samuel Johnson (1709-1784) pensava ci volesse anche di più: “L’eccellenza in un campo qualsiasi può essere raggiunta solo attraverso il lavoro di una vita; non si può acquistare ad un prezzo inferiore“. E Chaucer (1340-1400) aggiunse La vita è così breve, l’arte così lunga da imparare. Ippocrate (c. 400 AC) è noto per la massima “Ars longa, vita brevis“, che è parte della citazione più lunga “Ars longa, vita brevis, occasio praeceps, experimentum periculosum, iudicium difficile, che in Italiano suona come” –  [La vita è breve, l’arte è lunga, l’occasione è fugace, l’esperienza ingannevole, il giudizio difficile]. Sebbene in Latino, “ars” può significare sia arte che mestiere, nell’originale Greco la parola “techne” significa solo abilità, non arte.
  • Lavora su progetti insieme ad altri programmatori. Sii il miglior programmatore in alcuni progetti; sii il peggiore in altri. Quando sarai il migliore potrai testare le tue abilità di guidare un progetto e ispirare gli altri con la tua visione. Quando sarai il peggiore imparerai cosa fanno i maestri, e cosa non piace fare loro (perché lo faranno fare a te).
  • Perlis dice che i migliori hanno un talento che prescinde dall’allenamento. Ma da dove viene questo talento? È innato? O viene sviluppato con la diligenza? Auguste Gusteau (lo chef di Ratatouille) dice: “Tutti possono cucinare, ma solo gli impavidi possono essere grandi.” Penso sia volontà di dedicare una larga parte della propria vita alla pratica. Ma forse “impavidi” è un termine per sintetizzare questo concetto. Oppure, come dice Anton Ego, il critico di Gusteau: “Non tutti possono diventare grandi artisti, ma un grande artista può venir fuori da ovunque“.

Non c’è altro da aggiungere penso. Occorre aver la coscienza di non sapere le cose, per studiarle, provarle e confrontarsi con gli altri, migliorandosi continuamente. Comunque, il segreto per sopportare lo sforzo è quello di fare le cose con passione.

 

La crisi dei piccoli Comuni: sempre meno servizi nelle aree interne

Su LuBannaiuolu.net si leggono due notizie negative per il mio paese:

Addirittura, fino a qualche mese fa, si parlava di installare un inceneritore nella piana del Sele. Un paese che con il Terremoto del 1980, di cui è appena trascorso il 32° anniversario, è stato distrutto quasi interamente e che si è visto segnare il destino di una Comunità che non si è più risvegliata.

In merito all’ultimo episodio della chiusura dell’ufficio postale di Quaglietta, ecco cosa penso. Ennesima “mazzata” nei confronti di una Comunità che perde un altro servizio, come tanti altri che si è vista sottrarre da anni a questa parte.
Stanno chiudendo scuole, uffici pubblici/privati, fabbriche, ecc. Mettiamo in conto anche che il servizio “Provincia” si allontanerà ancora di più dai nostri centri…
Ma i nostri paesini hanno già perso quella che è la vera forza, costituita dai propri giovani che non ritornano più a casa, per cercar “fortuna” altrove. Dove la “fortuna” al giorno d’oggi è il lavoro.

Quindi, la domanda è: “Che senso ha avere servizi se poi nn c’è gente sufficiente che ne possa usufruire?“.  La risposta “logica” e più realistica potrebbe essere: “Si, occorre togliere quel servizio, risparmiare, non poter far altrimenti, anche se vorrebbe dire creare disagio a quelle poche persone che sono rimaste“. La direzione verso cui si sta andando, in un periodo come questo, è il risparmio …i cosiddetti tagli dei costi nelle “aree interne” e che si stanno spopolando.

La protesta è lecita, ma l’accorpamento/detrazione dei servizi è purtroppo giustificabile. Dove si può agire? Dal basso, come sempre. Dando lavoro, opportunità/spazio, un incitamento e una pacca sulla spalla ad un giovane…

Un altro autunno che inizia

Ultimo post di Ottobre. Inizio di autunno, giornate che diventano sempre più corte e fredde. Umore che cambia, con movimenti lenti e pigri. Per me un periodo davvero frenetico e pieno di impegni, scadenze, consegne. Movimenti strani e personaggi ambigui. Voglia di crescere, dimostrare, imparare, realizzare. Tanta speranza per il futuro, sempre più incerto e scoraggiante, ma con la consapevolezza di non perder nulla rischiando.

Chiudo questo mese con una bella foto del mio amico Zєи. Buona fortuna.

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La crisi secondo Einstein

20121020-093409.jpgNon possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere ‘superato’.

Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.

Albert Einstein

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L’Italia e i principi fondamentali di Internet: la Rete come strumento di democrazia

Finalmente, anche una Italia propositiva sulla promulgazione della “carta” dei principi fondamentali di Internet. E’ partita dal 18 settembre la Consultazione pubblica a cui vi invito a partecipare. Affrettatevi perché si chiuderà il giorno 1 novembre 2012

Il Ministero per l’Università e la ricerca vuole “arricchire e migliorare il documento che riassume la posizione italiana sui principi fondamentali di Internet” da portare all’Internet Governance Forum (IGF) di Baku. Tutti i cittadini possono contribuire al dibattito sui cinque temi tradizionali del Forum ri-etichettati per l’occasione: principi generali, cittadinanza in rete, consumatori e utenti della rete, produzione e circolazione dei contenuti e sicurezza in rete.

Ecco i link degli articoli tratti da LaRepubblica.it:

Vi allego l’estratto del documento ufficiale del MIUR, che potete scaricare anche da qui:

La posizione italiana sui principi fondamentali di Internet
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La morte dei forum? Colpa dei social network

Ho deciso di scrivere questa riflessione rispondendo, sicuramente in modo scontato, alla domanda di cui titolo della presente, dopo aver letto il post polemico di FaSan dello staff di SMItalia.net, community italiana del famosissimo forum SimpleMachines, che preannuncia la fine del ciclo di vita del sito stesso:

Come la storia ci insegna, in ogni cultura, religione, impero, cultura.. ma anche semplicemente business, c’è un periodo di impennata, un periodo statico ai massimi livelli, per poi cadere e morire.
Questo è quello che è successo qui in SMItalia e che spero vivamente accadrà sempre in ogniddove.
Si ringraziano le persone che hanno speso il loro tempo ed a volte il loro denaro, rinunciando ai divertimenti più disparati per dare il loro aiuto e il loro contributo a tutti gli utenti di SMI e di SMF per risolvere i problemi delle loro board.

E se non dovessimo vederci…buongiorno, buonasera e buonanotte.

FaSan

Dal post emerge forse un senso di delusione per la scarsa partecipazione e interesse al progetto?

A questo punto mi sono chiesto: è davvero la morte dei forum? Io penso che quelli di carattere “generalista”, ossia che raccolgono persone che riflettono su argomenti di carattere generale, non tecnico, siano morti da un pezzo. Eppure i forum/blog di carattere tecnico li vedo ancora molto utilizzati (ahimè, soprattutto all’estero) e io li uso quotidianamente per leggere, documentarmi e risolvere i miei problemi di lavoro. Almeno questi sono sicuro che sopravviveranno ancora per anni.

Prima i software di instant messaging e poi i social network, hanno “monopolizzato” la comunicazione degli internauti, offrendo strumenti e modi per lo scambio di informazioni (messaggi, foto, video, …) più immediati e sicuramente accattivanti dei forum.

Nell’articolo Community Forum or Social Network? si mettono in rilievo svantaggi e vantaggi dei forum e dei social network, con consigli sulla creazione di community online. La tecnologia applicativa dei due “strumenti” è la stessa, ma cambia il focus: il forum è focalizzato verso i contenuti e la discussione, il social network è punta a far emergere la personalità dell’utente e tutte le attività della comunità, così come le relazioni tra i suoi membri.

Riporto un grafico che ci fa capire quali sono gli strumenti sociali più utilizzati del momento (Fonte SocialMediaExamine – Social Media Marketing Industry Report 2012):

Un altro articolo interessante è quello di Massimo LizziForum vs Blog e Social-network , da dove ho estratto quanto segue:

All’epoca, a cavallo tra gli anni ’90 e i 2000, pochi forum erano l’unico effettivo spazio virtuale di dibattito pubblico. Esserne esclusi significava quasi essere messi a tacere. Oggi i forum sono tantissimi e chiunque può con facilità aprirsi un blog o una pagina su Facebook, registrarsi su Twitter e far valere quel che pensa su qualsiasi cosa e pure su chi lo ha bannato. […]

Però i forum hanno sicuramente un difetto. Blog e socialnetwork permettono i confronti alle giuste distanze e ciascuno è responsabile della sua tribuna. Frequentazioni e non frequentazioni si autoregolano. I forum invece, oltre a dipendere da admin «dittatori», funzionano come una classe scolastica, un ufficio aziendale, un reparto di lavoro. Le persone che entrano in conflitto sono costrette a continuare quotidianamente a vedersi, a incontrarsi, a frequentarsi. E questo forma il clima.

 

Mi piace molto la parola clima che è stata usata. I social network rispecchiano le relazioni sociali così come avvengono(più o meno) tutti i giorni. Eppure sono un fiero sostenitore dell’importanza dei forum, come strumento utile per mettere in comunicazione e raccogliere informazioni di una Community. Si mantiene ancora una propria identità, una facoltà nel poter gestire un proprio spazio (lontano dai “monopolisti”), inserire quando si vuole nuove funzionalità, garantire un servizio, condividere determinate informazioni opportunamente selezionate e ricercabili. Non so fino a quanto FaceBook o Twitter siano affidabili e “usabili” per poter ricercare, nella miriade di commenti e di messaggi di stato della bacheca di una pagina della Community, le informazioni che ci servono e, soprattutto, fino a quando ce le metteranno a disposizione.

Lunga vita ai forum!

La complessità di un sistema e la parabola dei due orologiai

È inevitabile, in quasi tutte le discipline di studio, che dopo aver esaurito gli aspetti generali e quelli introduttivi, e dovendo quindi entrare nel vivo delle questioni, si debba avere a che fare con tecnicismi e con riferimenti ad altre materie che non sempre si prestano alla divulgazione. Ne risultano articoli spesso astrusi, poco immediati o quantomeno noiosi. Però trattare di architettura della complessità o di strutture gerarchiche in modo semplice non è oggettivamente facile.

Chi ci ha provato è stato Herbert A. Simon, più noto per i suoi lavori sulla teoria delle decisioni e su quella delle gerarchie che come psicologo. La Teoria delle Gerarchie, dice Simon, “è un modo di guardare alla complessità di un sistema senza specificare i contenuti di quella complessità.

Esempi di gerarchie, egli notava, sono le sostanze chimiche che, analizzate, si rivelano composte di molecole, e queste di atomi. Oppure gli organismi viventi, composti di organi e tessuti, poi di cellule e poi di macromolecole, da cui si passa alla gerarchia vista prima.

Per quale motivo tali strutture gerarchiche sono così predominanti in natura? Simon lo spiegava con la parabola dei due orologiai.

C’erano una volta due orologiai, Hora e Tempus, che fabbricavano dei gran bei orologi. Entrambi gli artigiani erano molto stimati, e il telefono nel loro laboratorio suonava frequentemente, dato che nuovi clienti li chiamavano. Ma mentre Hora prosperava, Tempus diventava sempre più povero, sinchè alla fine dovette chiudere il negozio. Quale ne fu la ragione?

Gli orologi che i due maestri producevano erano composti da circa mille parti ciascuno. Tempus però costruiva i suoi in maniera che, se doveva metterli giù quand’erano parzialmente assemblati per rispondere al telefono, andavano in pezzi e dovevano essere ricostruiti daccapo. Più i suoi orologi piacevano, più riceveva telefonate e meno riusciva a produrne.

Gli orologi di Hora non erano meno complessi, ma lui li aveva progettati in modo da comporre dei sub-assiemi iniziali di circa dieci elementi ciascuno. Dieci di questi sub-assiemi potevano essere montati per formare un sottoinsieme più grande, e un gruppo di dieci di questi formava un intero orologio. Quindi, quando Hora doveva tralasciare un orologio non ancora completo per rispondere al telefono, perdeva solo una piccola parte del suo lavoro: i sub-assiemi finiti non si decomponevano. Egli poteva così assemblare gli orologi in una frazione del tempo che occorreva a Tempus.

La morale è che le strutture gerarchiche evolvono molto più rapidamente dagli elementi costituenti di quanto possano farlo sistemi non-gerarchici con lo stesso numero di elementi.

Alla fine”, diceva Simon, “anche la conoscenza scientifica è organizzata in livelli non perché la riduzione totale in principio sia impossibile, ma perché la natura è organizzata in livelli, e la configurazione a ciascun livello è più facilmente discernibile se si può prescindere dai dettagli dei livelli inferiori.

[Tratto da Managers Meeting Point]

La legge di Metcalfe e i nostri “amici” sui social network

Leggendo un articolo pubblicato sul celebre blog di Joel Spolsky, mi sono imbattuto nella legge di Metcalfe, probabilmente valida (o possiamo dire “applicabile”) nel campo delle tecnologie delle reti informatiche, ma che potrebbe essere “obiettabile” nel contesto delle reti sociali, viste come interconnessioni di individui che si servono delle reti informatiche suddette come mezzo di comunicazione.

Ecco cosa dice la legge (definizione tratta dal Wikipedia – La legge di Metcalfe):

Definita da Robert Metcalfe, l’ideatore delle reti Ethernet, la Legge di Metcalfe afferma che “L’utilità e il valore di una rete sono pari ad n^2 – n dove n è il numero degli utenti”, trasformata in simboli:

N(N−1), oppure N²−N.

Tale legge spiega molti degli effetti delle tecnologie della comunicazioni e delle reti come Internet e il World Wide Web.

La legge di Metcalfe mette in rilievo il denominatore comune di tutte le tecnologie di comunicazione: il valore di una rete cresce esponenzialmente all’aumentare del numero dei suoi utenti.

Se nessuno utilizzasse una tecnologia, qualsiasi essa sia (dal un telefonino ad un social network come Facebook/Twitter), il suo valore intrinseco sarebbe nullo. Al contrario, più utenti la utilizzano, più il valore della tecnologia risalirebbe esponenzialmente. Ciò porta a rendere applicabile la legge di Metcalfe anche al contesto del marketing, il cui concetto è ben esplicato nell’articolo pubblicato su WebCopywriter.it (La legge di Metcalfe applicata al marketing):

Ora, se una tecnologia ha bisogno di tanti utenti per accrescere il proprio valore in maniera esponenziale allo stesso modo il marketing ha bisogno di una massa di utenti per rendere di successo le proprie campagne? Solo quando un’idea di marketing diventa così popolare da essere condivisa dalla stragrande della maggioranza del target di riferimento può diventare stratificazione culturale ed il brand può trasformarsi in lovemark? Prendiamo Apple: i suoi utenti sono talmente soddisfatti dei prodotti ed è talmente alta la reputazione di cui gode quella tecnologia ai loro occhi per cui si può parlare di una vera e propria sedimenzione culturale: il senso di quella tecnologia si confonde con l’insieme delle visioni dei suoi utenti, che diventano a tutti gli effetti i detentori del valore di quella tecnologia.

Si sta rivalutando, tuttavia, la legge poichè è alquanto ottimista: sempre su Wikipedia si legge che: “in un articolo pubblicato nel marzo 2005, due ricercatori dell’università del Minnesota, Andrew Odlyzko e Benjamin Tilly, sostengono che la legge di Metcalfe è eccessivamente ottimista. Secondo i ricercatori il difetto principale della legge di Metcalfe è che essa considera tutti i componenti di una rete di uguale importanza, quando in effetti non lo sono. I ricercatori propongono una nuova legge che regola la crescita del valore di una rete in modo logaritmico, che tiene conto di questo fattore importante. Il valore della rete e la sua crescita avviene dunque in modo meno spettacolare”.

L’obiezione che si potrebbe fare riguarda l’applicazione della legge nell’ambito delle reti sociali (da cui siamo partiti): cosa accade se in un social network il gruppo di utenti interconnessi diventa troppo grande?
Un numero troppo grande di partecipanti uccide di per sè la conversazione. L’ideale sarebbe avere un numero elevato di scambi bidirezionali. La legge di Melcalfe (dove il numero di connessioni cresce in ragione del quadrato del numero di nodi) applicata a questo contesto, evidenzia quanto l’aumentare dei partecipanti possa essere un ostacolo. Poiché il numero di potenziali scambi bidirezionali in un gruppo cresce più velocemente del gruppo stesso, l’unità viene a mancare rapidamente man mano che il sistema di ingrandisce. Bisogna fare in modo che gli utenti si attengano allo schema di “pochi ma buoni”, al fine di mantenere la coesione del gruppo.

Attenzione, parliamo di comunicazione/conversazione nell’ottica sociale del termine. E’ ovvio che se il numero di utenti a cui posso veicolare un messaggio (magari pubblicitario) è grande, migliore ne sarà la sua diffusione, ma qui ci ricolleghiamo al contesto del marketing su esposto.

In poche parole, non ha senso avere troppi “amici” su Facebook o Twitter (solo per far numero). Su tutti gli “amici” che abbiamo, ci metteremmo in contatto con meno del 10% di questi.

“Il valore di un social network è definito non solo da chi c’è dentro, ma anche da chi vi è escluso”

Questa citazione si trova in un articolo su Economist del futurologo Paul Saffo, il quale afferma che la legge di Metcalfe si applica al contrario nel contesto di Facebook (e di tutti i social network). Leggi Facebook, Defined Networks, and the Inverse of Metcalfe’s Law (by Scott Karp).
La legge di Metcalfe è valida nei vecchi sistemi di rete, come la posta elettronica o la telefonia. Le reti sociali perdono valore quando vanno oltre una certa dimensione.
Già le reti sociali definite “ASMALLWORLD”, un luogo esclusivo per pochi eletti, si stanno moltiplicando. Ciù suggerisce che il futuro del social networking non sarà un unico grande grafo sociale, ma una miriade di piccole comunità.

In sintesi, la legge di Metcalfe applicata ai social network potrebbe addirittura agire al contrario se si supera il limite (purtroppo non prevedibile) di utenti in un gruppo/comunità.

Ma vuoi mettere risorgere?

Io vivo sulla lama. Mi commuovo nei bassifondi. Parlo con i ricercati dello Stato. Brivido. Mi procuro e dilapido milioni. Poi rischio, mi struggo, mi umilio. Poi mi arrendo. Mi arrendo… Poi mi faccio, e tutto torna bello, più splendente di prima. L’alternativa è la birreria, il lavoro, il risparmio, il normale sfaldarsi del corpo. Il simpatico, l’antipatica. Lo scemo naturale, due più due fa quattro, e sei alle otto! Due palle anche lì, peggio di qua. Ma vuoi mettere risorgere? Risorgere! Risorgere! Risorgere! Risorgere! Risorgere! Risorgere! Risorgere! Risorgere!!

(da Pompeo di “Paz” – Andrea Pazienza)

 

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