Gita fuori porta a Orvieto-Civita di Bagnoregio-Bolsena

Questo week-end ci siamo fatti una bella gita “fuori porta”, a pochi km da Roma. Abbiamo visitato Orvieto, Civita di Bagnoregio e Bolsena. Condiviso qui alcune foto scattate e vi consiglio di visitare questi posti magnifici, ricchi di storia, tradizione e buona cucina.

Orvieto2015

 

Pozzo di San Patrizio - Orvieto Duomo di Orvieto LaBadia Orvieto Civita di Bagnoregio Civita di Bagnoregio Civita di Bagnoregio Bolsena

Un paese, Calabritto

Calabritto pre-Terremoto 1980Quando il mio paese (Calabritto) cominciò a sorgere, v’era un’osteria, nella quale abitava una donna, di nome Britta. Al disotto, passava una via mulattiera. I mulattieri chiamavano sempre la padrona, perché portasse loro qualche cosa da mangiare. Cala, Britta. La donna morì e, in suo ricordo, il paese, che s’ingrandì, si chiamò Càlabritto.

[Tratto da “Storie irpine” di Claudio Corvino]

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Il “ricco” mestiere del parcheggiatore abusivo

[Tratto da L’Indro – L’approfondimento Quotidiano Indipendente (30 Ottobre 2014) – Il ‘ricco’ mestiere del parcheggiatore abusivo]

Il confine tra folclore e illegalità è una linea sempre molto sottile allorquando si parla di Napoli e dei suoi mille mestieri. Il parcheggiatore abusivo tra questi occupa senz’altro un posto di rilievo. Il giro di affari mosso dal settore vale diversi milioni di euro. Singole aree di sosta possono rendere infatti anche 40 mila euro al mese. Un business gestito interamente dalla camorra.

Secondo l’ultimo rapporto in materia stilato dai Vigili Urbani qualche tempo fa,  Piazza Arcangelo Scacchi, alle spalle di piazza Nicola Amore, è controllato dalla famiglia Macor per conto dell’ex clan Misso. Solo per la sosta degli ‘abbonati’ entra una cifra mensile di circa 12mila euro. Ma l’area, dove si lavora anche di notte, riesce a fruttare almeno 40mila euro. Piazza Santo Sepolcro, all’altezza dell’Università Suor Orsola Benincasa lungo il corso Vittorio Emanuele è controllata dal clan Di Biase. In questo caso le entrate ammontano a 15mila euro al mese. Il Rione Luzzati, nelle mani del clan Mazzarella, rende 25mila euro al mese e molte delle auto in sosta sono di residenti costretti a pagare per lasciare l’auto e non temere ritorsioni.

Ma per chi volesse avere un elenco dettagliato e aggiornato in tempo reale del fenomeno a Napoli come nel resto d’Italia è possibile consultare i dati dal sito web iparcheggiatori.it. Nel solo capoluogo partenopeo a oggi sono 627 i parcheggiatori senza permesso che si sono appropriati di intere zone della città (l’intera Lombardia ne ha 22), cifra che sale a 1036 se si considera l’intera regione Campania che neanche a dirlo detiene il primato, seguita da Sicilia con  213 e Lazio 158. I numeri così come ci spiega l’ideatore del sito Pasquale Mauriello: Sono forniti direttamente dagli utenti. Chiunque si imbatta in una di queste figure può tranquillamente segnalare il luogo, la tipologia di parcheggiatore, aggressivo o accomodante, unitamente al costo della tariffa”. I l servizio reso dal sito, realizzato grazie anche all’apporto di Fabio Ranieri, Antonio Puledda, Michele Palantamura, Francesco Ficetola e Sara Guidotti è stato accolto con estremo favore dal Comune di Napoli che ha deciso di collaborare fornendo i dati degli interventi da parte dei vigili urbani per cercare di arginare il fenomeno.

Diversificate a seconda delle zone il denaro estorto dai parcheggiatori. “Mediamente si va da 1 a 3 euro a sosta” senza contare naturalmente gli eventi speciali come ad esempio le partita del Napoli, in quel caso l’obolo da versare può salire anche a 5 euro. “Il fenomeno è più diffuso di quanto si possa credere” argomenta Mauriello. Una condotta che più che assurgere a innocuo elemento caratterizzante la città sembra essere diventata un vero e proprio lavoro. “La differenza” argomenta questo giovane praticante avvocato con il gusto dell’innovazione  “è che prima trattavasi di casi più isolati, dettati principalmente dal bisogno di lavoro di pochi, quasi folclore in una città che ha fatto di quest’ultimi da sempre il proprio biglietto da visita, oggi invece è una vera e propria professione”.

Difficile dargli torto. Di recente un parcheggiatore abusivo intervistato da una nota radio locale ha dichiarato di versare alla camorra dai 100 ai 500 euro a seconda della zona da lui occupata. Somme a cui vanno aggiunte i guadagni personali che possono essere pari o persino superiori. Cifre apparentemente iperboliche ma che possono tranquillamente considerarsi arrotondate per difetto.  Il costo per stare tranquilli ed evitare ritorsioni ai danni dell’auto si aggira infatti da 1 euro a salire, cifra che può arrivare anche a 5 euro in caso di eventi speciali come le partite casalinghe del Napoli calcio.

Un fenomeno difficile da debellare. “Il grande problema” continua Mauriello “è che al momento non esiste una specifica figura di reato. Un parcheggiatore abusivo al di là di una sanzione amministrativa che difficilmente pagherà perché nel 90% dei casi risulta nullatenente è perseguibile solo per estorsione. Quest’ultimo reato però non è facilmente dimostrabile, in quanto comunque richiede un ruolo attivo da parte della ‘vittima’,  in questo caso l’automobilista, che il più delle volte preferisce pagare ed evitare altri grattacapi”.

Diverso l’approccio al problema da parte dei cittadini. “Premesso che la figura del parcheggiatore abusivo vive e prospera proprio perché ci sono automobilisti pronti a pagare, c’è da registrare un atteggiamento diversificato da parte dei giovani sempre più refrattari a pagare per un qualcosa che in fondo gli spetta di diritto. Altro discorso invece vale per gli anziani, più tolleranti e sempre meno insofferenti verso un fenomeno che vivono come uno dei tanti aspetti folcloristici della città”.

Già, Napoli e il suo folclore, croce e delizia di una città incapace di accettare le regole del vivere civile anche quando a farne le spese sono per primi i suoi stessi abitanti.

 

La produttività è alla base del benessere sociale…

Con l’alternarsi di saggi governi, il popolo italiano ha ormai raggiunto un alto grado di maturità! I lavoratori, operai ed impiegati, hanno finalmente capito che la produttività è alla base del benessere sociale e l’unica strada per uscire dalla crisi. Oramai, le due grandi piaghe dell’assenteismo e del secondo lavoro che tanti danni hanno provocato all’economia italiana possono dirsi, finalmente, vinte e debellate.

(Voce narrante in “Fantozzi subisce ancora”)

 

Spopolamento e dinamiche demografiche a Quaglietta

La storia di Quaglietta è, da sempre, caratterizzata e marcata da momenti, in cui il fenomeno dello spopolamento ha avuto i suoi effetti più evidenti. La forte diminuzione della quantità di popolazione è stato, spesso, qui, il risultato dell’abbandono volontario, forzoso, o repentino oppure effetto di flussi continui e prolungati di abbandoni da parte dei Quagliettani, le cui conseguenze si protraggono fino ai giorni nostri (secc. XVII – XXI, ben documentati nell’opera di Domenica Corrado: Quaglietta, dinamiche demografiche di un habitat irpino). A parte l’esodo demografico conseguente a disastri o calamità naturali e umane, il fenomeno più significativo è quello conseguente alle migrazioni di Quagliettani, in cerca di nuove terre su cui edificare (Inghilterra, Americhe, Nord Italia per lo più), speranzosi in una qualche probabilità di miglioramento economico e, non ultima, di sopravvivenza. La prima legge approvata il 30 dicembre del 1888, n. 5866, sull’emigrazione, all’epoca di Umberto I, ha sicuramente incentivato ed innescato maggiormente tale tendenza, rendendola oggi inarrestabile. La scarsa circolazione di denaro, la deficienza del lavoro, le risorse presenti sul territorio, la mancanza di infrastrutture e servizi indispensabili, allora ed ora più che mai, in un’epoca in cui la mobilità sociale non ha e non deve avere limiti, uniti ad altri fattori di carattere più strettamente soggettivo, sono gli elementi socio-economici scatenanti di un sempre più mutevole trend demografico, i cui dati statistici rilevati sono certamente sconcertanti.

Allo stato attuale, lo stesso www.lubannaiuolu.net, con il mensile cartaceo, costituisce quel “ponte per l’informazione”, volto a solidificare il legame con la propria terra d’origine e per restare in contatto, virtualmente, con Calabritto e Quaglietta. Dalle visite effettuate sul portale, dal 2007 ad oggi, al primo posto, è possibile constatare collegamenti dall’Italia (in particolare, Lazio, Campania e Nord Italia, circa l’87,11%), seguita dagli Stati Uniti (5,95%, in particolare New Jersey, New York, California, Delaware), e dal Regno Unito (3,01%), con considerevoli accessi riscontrabili in Germania, Canada, Francia, Svizzera, Russia, Venezuela, Australia, America latina, Svezia, Polonia, Spagna. Questo ci permette di verificare la cronologia e il numero degli accessi con la relativa localizzazione di coloro che si connettono al portale, buona parte dei quali sicuramente di emigrati.

La diminuzione progressiva della popolazione Quagliettana è causa di una contrazione dei matrimoni e delle nascite e soprattutto, si assiste ad un graduale invecchiamento della popolazione esistente, in seguito al miglioramento degli standard qualitativi della vita, che ha portato ad un prolungamento della durata della vita media. Infatti, dai dati anagrafici ricavati dagli Archivi Comunali, dal 01.01.2009 al 31.12.2013, risultano circa 11 i nati e 42 i morti. Il numero dei votanti attuali della quarta sezione Quagliettana è di 397.  Per quanto riguarda la fascia d’età compresa tra anni 0-18, ad oggi, ripartiti in maniera disomogenea, si contano circa 59 unità, tra bambini, ragazzi e giovani, di cui 5 trattasi di bambini compresi tra gli 0-3 anni.  Molti di questi, poi, sono distribuiti, incoerentemente, tra il territorio di Calabritto, Senerchia ed Oliveto Citra, per quanto riguarda l’istruzione obbligatoria, in particolare scuola primaria e secondaria di primo grado. Sommando il numero dei votanti a quello della fascia d’età 0-18 è possibile ricavare il numero complessivo degli abitanti. Si tratta, ovviamente, di un dato indicativo poiché bisogna considerare che, tra le unità stimate, molti sono coloro che non risiedono da anni in paese, molti con doppia cittadinanza, molti coloro che non rientrano da tempo, molti coloro che ci lasciano… insomma, i casi sono molti e le ragioni le più varie. Quello che si può affermare con certezza è che risiede stabilmente nel paese meno della metà del numero complessivo degli abitanti durante tutto l’anno, mentre il paese sembra ripopolarsi magicamente con l’arrivo delle stagioni più calde e in prossimità delle feste.

La gran parte della popolazione è, dunque, costituita da anziani; poche le giovani coppie che si formano e che vivono in loco, spesso supportate dai loro familiari; appena sufficiente la circolazione di denaro nelle attività commerciali esistenti, data la scarsità di popolazione ivi rimasta e le continue tasse da versare e spesso, brevi e inappaganti le esperienze lavorative sul posto; molti i beni immobili in disuso, o in vendita o in affitto, per pochi euro, soprattutto nel periodo estivo, per la permanenza di emigrati, che sopraggiungono a centinaia per le feste patronali, o di turisti interessati alle vicine terme o a vivere qui un periodo di relax e tranquillità, lontani dalla congestione cittadina; altrettanto poca quella gente che non rinuncia ad abbandonare la propria terra e la propria identità, e a combattere affinché la propria “eredità” non venga recisa. Eppure, una cosa positiva c’è: l’inflazione galoppante nella nostra Nazione riesce ad essere più contenuta qui che altrove; in linea generale, la produzione agricola e artigianale è in grado di garantire il soddisfacimento e la produzione di beni di prima necessità, sicuramente non come un tempo, ma a livelli discreti, ma se opportunamente sfruttate, potrebbero se non pareggiare, quanto meno provare ad eguagliare quelle di una volta; quelle poche risorse naturali e paesaggistiche disponibili e altri beni, non ultima la Casa-Albergo per gli Anziani e il Borgo Medioevale, con il connesso appoggio degli enti e delle istituzioni qui presenti, potrebbero arrestare il flusso migratorio. Nulla di nuovo, insomma. Simili risorse, se sfruttate ed utilizzate in maniera intelligente, avendo a disposizione adeguati capitali economici per poterlo fare, potrebbero, in parte, dati i tempi critici, arrestare il problema occupazionale e la conseguente migrazione. Il turismo potrebbe essere una possibilità di sviluppo, attraverso la messa a punto di itinerari di turismo ecologico, culturale ed enogastronomico, con la costituzione di un sistema turistico sostenibile e responsabile. Altre se ne potrebbero enunciare: migliorare la mobilità, le infrastrutture e i servizi maggiormente “sensibili” ai fini della qualità della vita (o crearli ex novo, dato che sono praticamente nulli: la stessa SS 7 Ofantina non ha, di certo, favorito la mobilità in paese, che era fiorente negli anni passati, essendo zona di transito per l’interno); recuperare e riqualificare gli edifici, gli spazi pubblici e le reti di servizio; responsabilizzare maggiormente le associazioni presenti sul territorio e rendere tutti più attivi, valorizzando le energie sociali il più possibile; attrarre nuovi abitanti, inclusi gli immigrati, attraverso la messa a disposizione a condizioni di vantaggio di immobili pubblici e privati non utilizzati da destinare ad attività produttive, terreni e case rurali non utilizzati da destinare ad attività agricole, forestali e di turismo rurale; valorizzare le produzioni tipiche locali sia alimentari che artigianali; mobilitare i saperi sociali e le competenze diffuse, tra cui il sapere dei pastori, dei contadini, degli artigiani e delle casalinghe nel produrre beni e servizi; incoraggiare il contatto tra paesi, ampliando la capacità di risonanza e di mobilitazione delle iniziative;   … queste ed altre idee che, sicuramente, senza le opportune risorse economiche, non possono essere realizzate nel concreto, ma che restano, per il momento, utopiche. Ciò che, invece, non resterà un’illusione è che, di questo passo, perdendo abitanti, “La Quaglietta” potrebbe subire una inevitabile estinzione; la propria identità culturale, il patrimonio locale, la sua tipicità si deteriorerebbe  e perderebbe il suo valore; quelle poche attività verrebbero abbandonate, tradizioni millenarie, uniche, irripetibili finirebbero per sempre, mentre aumenta il dissesto idrogeologico connesso alla mancata cura del territorio per effetto dello spopolamento e, parallelamente, cresce la congestione nei centri urbani più vicini e più fiorenti e crescono i problemi di degrado ambientale. La continua perdita di popolazione rappresenta, quindi, un grave rischio dal punto di vista socio-culturale, economico, fisico e geologico. In particolare, l’abbandono del presidio del territorio comporta la perdita di interesse sia da parte della popolazione stessa rispetto alla corretta manutenzione del territorio, sia da parte delle pubbliche istituzioni.  Lo spopolamento risulta essere un limite ai processi di qualificazione e sostenibilità territoriale. Contrastarlo è, dunque, un dovere della politica e delle Istituzioni di ogni ordine e grado; una sfida difficile e complessa, che va comunque affrontata, riducendo i fattori di espulsione della popolazione residente e potenziando i fattori di attrazione di nuove attività e abitanti.

Nonostante queste premesse, per certi versi, preoccupanti, si rende necessaria, ora, questa fase di forte, di incisiva e determinante presenza dei nostri paesi, “luoghi della memoria”, anche nelle dinamiche e nelle lotte che, ogni giorno, toccano l’intera Valle del Sele. Per fare ciò, è necessario partire dal basso, rendere ancora più solido il senso di identità che fortifica lo spirito di un popolo (il “Volksgeist” hegeliano), altrimenti tutto si distrugge. La consapevolezza del proprio passato, l’orgoglio e la fiducia nelle proprie potenzialità e la voglia di rinnovamento ed essere attivi possono dare quell’incentivo opportuno e necessario, utile per un futuro migliore e più equilibrato.

Dina Ficetola

Tanti auguri di un Buon 2014!

Ultimo post dell’anno 2013. Un buon anno tutto sommato, con non poche preoccupazioni e paure, ma soprattutto gioie, nuovi stimoli e voglia di mettersi in gioco. Lo definirei proprio così l’anno che sta per passare: “un anno in cui mi sono messo in gioco“, sia dal punto di vista lavorativo che personale.

Sono soddisfatto delle esperienze avute finora, delle persone incontrate, delle cose che ho imparato. Sono ancora più affascinato da quello che c’è ancora da imparare, da vedere, da tutto un mondo che mi circonda.

Auguro a tutti quelli a cui voglio bene di stare sempre in salute, di essere sempre soddisfatti e felici. Non desidero altro. Spero che il 2014 porti a tutti tanta tranquillità, con qualche segno di ricrescita da questa crisi assurda, e che sia l’anno in cui i giovani tutti abbiano un lavoro che gli permetta di vivere e sperare.

Buon anno!

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23 Novembre 1980: una data da non dimenticare

Fate prestoCome già scritto nella sezione Consigliati, il 24 Novembre prossimo, nel mio paese si terrà la Seconda Edizione del Premio “23 novembre”, per ricordare tutti i cari paesani che hanno tanto sofferto la sera del terremoto del 1980. Diversi saranno i momenti che si terranno la sera dell’evento, organizzato dall’Associazione Aurora e da LuBannaiuolu. Il più importante è sicuramente il premio assegnato quest’anno al maresciallo Fiore Gaeta e ai volontari del gruppo scout di Rutigliano (Bari).

Diversi anche gli interventi dei alcuni concittadini, intervallati da 3 videoclip, di pochi minuti ciascuno, che ho videomontato e ritagliato da uno Speciale RAI abbastanza datato, girato in occasione del 10° Anniversario del terremoto. Il film è stato digitalizzato da una vecchia videocassetta e presenta immagini abbastanza distorte, ma che riescono comunque a trasmettere il dolore e la sofferenza provata dai paesani in quel triste momento.

Ecco di seguito la scaletta e le introduzioni ai 3 videoclip, che verranno proiettati la sera del Premio “23 Novembre”. Dopo l’evento pubblicherò anche i video.

Invito i paesani a partecipare attivamente per non dimenticare!

 

Introduzione

23 Novembre 1980 – una data da ricordare, per tutti gli Irpini e i paesani che hanno sofferto e perito nel tragico sisma. Un evento che ha cambiato per sempre il volto e la vita del nostro paese.

Per ricordarlo abbiamo estratto 3 brevi videosequenze da uno speciale realizzato dalla RAI in occasione del decennale dell’Anniversario del Terremoto del 1980. Ci scusiamo anticipatamente per la bassa qualità delle immagini, ma siamo certi che dalla riproduzione sarete ugualmente emozionati.

1° Sequenza. La prima sequenza ci fa ricordare com’era Calabritto prima del tragico evento. Il folklore, la tradizione e la devozione religiosa di un paese.

Una ripresa aerea ci farà vedere come il terremoto ha spazzato via la fisionomia e la storia di tutto il nostro centro urbano. Noteremo un centro storico completamente distrutto durante una passeggiata lungo le strade dei ricordi…

2° Sequenza. Nella seconda sequenza vedremo come si è usciti dall’emergenza molto a rilento. Una mensa allestita al campo sportivo a distanza di parecchi mesi dal sisma. Il disagio e le lamentale dei paesani che avevano perso tutto e non potevano nemmeno cucinare nelle loro “nuove” temporanee abitazioni. Vedremo anche il sisma raccontato dai bambini, in attesa di ritornare a scuola per condurre di nuovo una vita normale.

Sismografo Irpinia

3° Sequenza. Nell’ultima sequenza, ascolteremo i tragici 90 secondi del sisma, registrati durante lo trasmissione serale di folk di Radio Lioni. Alle ore 19:34, il sisma irrompe con degli assordanti “bombardamenti”. Il sismografo impazzito esce fuori dal tracciato, facendo registrare un decimo grado sulla scala Mercalli.

Comparirà anche l’acrilico dell’artista Keith Haring, intitolato “Senza titolo”, e realizzato in occasione del Terremoto dell’Irpinia, insieme a tutte le opere della collezione Amelio, esposta presso la Reggia di Caserta.

Keith Haring - Senza titolo

Un evento che non dobbiamo assolutamente dimenticare, per commemorare tutti i paesani scomparsi e tutti coloro si sono sacrificati e prodigati ad aiutare la nostra Comunità. 

Principi di buon design per progettare oggetti semplici e di facile uso

Caffettiera del masochista

“Quando cose semplici hanno bisogno di istruzioni per l’uso, è segno di un cattivo design.”

Una frase tratta da un saggio di scienze umane e un manuale indispensabile per il progettista. Questo è il libro di Donald A. NormanLa caffettiera del masochista – psicopatologia degli oggetti quotidiani“. Una riflessione sulla cattiva progettazione di oggetti che utilizziamo nella vita quotidiana, ma che ormai siamo abituati a maneggiare nel modo in cui ci è stato imposto e che spesso creano ripetute frustrazioni. Consigli su come evitare di commettere gli stessi sbagli quando li si realizza. Lettura indispensabile e mattone fondamentale per chi si occupa di design, di qualsiasi tipologia di oggetto, tangibile e non, reale o virtuale che sia. Si parla di psicologia dell’interazione tra persone e oggetti e di quella che è detta filosofia dei sistemi centrati sull’utente, di cui trovate un’altra mia riflessione qui: User-centered design: progettare considerando i bisogni degli utenti.  

La progettazione è l’applicazione successiva di vincoli e limitazioni finché quello che rimane è un prodotto unico.

La tesi centrale del libro è, appunto, quella di propugnare un design centrato sull’utente, una filosofia progettuale basata sui suoi bisogni edi interessi, che miri alla realizzazione di prodotti usabili e comprensibili.

“La gente si sente in colpa quando non riesce a usare le cose semplici, colpa che non è sua ma piuttosto dei progettisti e produttori degli oggetti”

Comics Easy to use

La colpa di una cattiva progettazione è dell’industrializzazione. Secondo Norman, lo studio del design degli oggetti è indissolubilmente legato a quello del funzionamento della mente umana (human information processing). Spesso vengono trascurati gli aspetti “naturali” e la rilevanza pratica, considerando soltanto quelli legati al fattore economico, alla semplicità nella produzione (come avviene in ambito industriale) e alla velocità di distribuzione sul mercato.  La maggior parte della colpa di una cattiva progettazione è dovuta proprio all’industrializzazione: le aziende vogliono qualcosa che possa essere prodotto in poco tempo e a basso costo.

Un progettista che si lascia influenzare da tali aspetti, si perde in dettagli inessenziali, dimentico dell’obiettivo a cui l’oggetto è destinato e “violenta” il normale processo di comprensione ed interpretazione delle procedure d’uso da parte degli utenti finali.

La colpa all’incentivazione della mal progettazione è anche nostra, perché se la gente continua ad acquistare prodotti progettati male, industriali e progettisti penseranno di aver fatto bene e continueranno a produrre le cose allo stesso modo.

 

Tenere conto di vincoli, condizioni ed istruzioni semplici. Quando si costruiscono gli oggetti occorre tenere imprescindibilmente in conto i vincoli ambientali e le condizioni d’uso, rendere le istruzioni semplici per l’utilizzatore finale, in modo da creare un prodotto pratico e semplice. E ancora, secondo Norman, la maggior parte degli errori che vengono commessi dall’uomo quotidianamente è dovuta ad una cattiva progettazione degli oggetti che utilizzano.

Un esempio emblematico è quello della porta: per capire come aprire una porta, le parti giuste devono essere visibili e devono trasmettere un giusto messaggio (i cosiddetti “segnali naturali“), come i cardini, la maniglia e il sostegno. Dove l’oggetto non è semplice da utilizzare, le istruzioni devono essere comprensibili e semplici. Inoltre, l’attenzione all’estetica può rendere cieco il progettista (e l’acquirente) alla scarsa funzionalità.

Affordance

Affordance degli oggetti. Indica le proprietà reali e percepite delle cose materiali che determinano come si potrebbe verosimilmente usare un oggetto in questione. Per esempio, quando vediamo una porta in vetro, è dallo spessore della maniglia che possiamo percepire quanta forza occorre applicare per poterla aprire.

Altra regola fondamentale: le cose complesse possono richiedere spiegazioni, ma quelle semplici non dovrebbero averne bisogno. Quando una cosa semplice esige figure, scritte o istruzioni, vuol dire che il design è sbagliato. E’ il progettista che deve essere abile a rendere chiaro il funzionamento della sua “creatura”, tenendo in considerazione la psicologia umana, ossia come un utente può desumere per proprio conto come “muoversi” (grazie ad una esperienza personale di come funzionano le cose del mondo esterno).

 

Principi di design per la comprensibilità e l’usabilità. Due sono i principi fondamentali per una buona progettazione:

  1. fornire un buon modello concettuale, grazie al quale possiamo prevedere gli effetti delle nostre azioni mentre utilizziamo un oggetto
  2. rendere visibili le cose. Il principio di visibilità è, secondo Norman, continuamente contraddetto negli oggetti quotidiani e, in molti schemi costruttivi, le parti cruciali sono accuratamente occultate.

Rendere le parti di un oggetto visibili, per renderne facile l’utilizzo. Ma non inserire troppe di queste parti, altrimenti l’oggetto stesso diventerebbe troppo complesso. Inoltre, l’affidamento eccessivo agli automatismi, può annullare la capacità di cavarsela in loro assenza.

Conceptual Models NormanPer capire la figura precedente, riporto la didascalia riportata nel libro, che ci fa ben capire qual è il “gap” che separa il progettista dall’utente finale.

“Il progettista deve costruire preventivamente un modello concettuale dell’oggetto, che dal suo punto di vista è detto modello progettuale, immaginando gli effetti e come gli utenti potrebbero utilizzare il suo prodotto e trarne beneficio. Il modello dell’utente è il modello mentale sviluppato attraverso l’interazione con il sistema. L’immagine del sistema risulta dalla struttura fisica che è stata costruita (compresa documentazione, istruzioni, etichette, ecc.). Il progettista si aspetta che il modello dell’utente sia identico al modello progettuale. Ma non parla direttamente con l’utente, visto che la comunicazione avviene attraverso l’immagine del sistema. Se l’immagine del sistema non rende chiaro e coerente il modello progettuale, l’utente finirà per formarsi un modello mentale sbagliato. ”

 

Mapping e feedback. Ecco altri principi a cui occorre rifarsi per una buona progettazione:

  • Mapping: indica la relazione fra i comandi previsti per un oggetto e i risultati che ne derivano nel mondo esterno. In pratica, occorre stare attenti a non inserire troppi comandi nel nostro oggetto e fare in modo che ad ognuno di essi sia associato un determinato comportamento/effetto. Evitare le combinazioni di comandi, altrimenti all’utente risulterà complicato eseguire determinate operazioni. Infatti, quando il numero delle funzioni e operazioni richieste eccede il numero dei comandi, il progetto diventa arbitrario, innaturale e complicato. Si rende così il dispositivo più difficile da usare ed imparare.
  • Feedback: indica l’informazione di ritorno che dice all’utente quale azione ha effettivamente eseguito, quale risultato si è realizzato, dandogliene un effetto e riscontro immediato e facendolo entrare in sintonia con l’oggetto.

Rispettando tali principi, l’utente può: 1) indovinare il da farsi, 2) capire che cosa sta succedendo, interpretando lo stato del sistema.

Per semplificare il processo di apprendimento ed interpretazione, avrebbe senso standardizzare tutta una serie di procedure che l’utente è abituato ad eseguire quotidianamente quando utilizza oggetti destinati allo stesso compito. Purtroppo, quest’ultimo punto è di difficile attuazione, visto che occorrerebbe mettere d’accordo i vari produttori.

 

Come può il design segnalare le azioni appropriate? Un insieme importante di segnali ci arriva attraverso i vincoli naturali degli oggetti, vincoli fisici che limitano le possibilità di azione. Un altro insieme di segnali viene da quelle che abbiamo chiamato affordance, gli inviti forniti dagli oggetti, che trasmettono messaggi circa i loro possibili usi, azioni e funzioni. Gli inviti d’uso suggeriscono la gamma delle possibilità, i vincoli limitano il numero delle alternative. L’uso intelligente di inviti e vincoli d’uso combinati nella progettazione fa sì che l’utente possa determinare prontamente il corso esatto delle azioni anche in una situazione del tutto nuova.

Dunque, per far sì che l’utente sappia cosa fare quando utilizzare l’oggetto occorre “imporre” i seguenti vincoli:

  • Vincoli fisici: sono i più utili ed efficaci perché sono facili da vedere e interpretare, e limitano l’insieme delle azioni prima ancora di eseguirle.
  • Vincoli semantici: si affidano al significato della situazione per circoscrivere l’insieme delle azioni possibili, basandosi sulla conoscenza del mondo e della situazione stessa.
  • Vincoli culturali: sono vincoli “imposti” da convenzioni culturali accettate. Ogni cultura ha un insieme di azioni permesse in varie situazioni sociali e gli oggetti devono rispettare degli “obblighi” culturali.
  • Vincoli logici: quando si crea un rapporto logico fra la disposizione spaziale o funzionale dei componenti e le cose da questi controllate (o da cui queste dipendono).

 

Evitare gli errori. I progettisti devono essere attenti affinché gli errori possibili non comportino gravi conseguenze.

Se un errore è possibile, qualcuno prima o poi lo farà. Il progettista deve partire dal presupposto che tutti i possibili errori saranno commessi e impostare il progetto in modo da ridurre al minimo le probabilità di errore in primo luogo, o i suoi effetti una volta che esso sia verificato. Gli errori devono essere facili da individuare, devono avere conseguenze minime e, se possibile, i loro effetti devono essere reversibili.

Per far ciò, occorre focalizzarsi sullo scopo dell’oggetto, sugli effetti che realizzerà nel mondo esterno e verificare tali effetti. In sintesi, occorre effettuare una esecuzionevalutazione degli effetti (ciclo dell’azione).

Human Error

Progettare in vista dell’errore. Il progettista fa lo sbaglio di non tener conto dell’errore. Ma ecco la prassi che dovrebbe seguire:

  1. Capire le cause di errore e impostare il progetto in modo da ridurle al minimo
  2. Rendere le azioni reversibili – dare la possibilità di annullare il già fatto – o rendere più difficili le azioni irreversibili
  3. Facilitare la scoperta degli errori che comunque avvengono e renderne più facile la correzione
  4. Cambiare l’atteggiamento verso gli errori. Pensare l’utente come una persona che cerca di eseguire un compito e che ci arriva attraverso approssimazioni. Non pensarlo come un soggetto che commette errori: pensare piuttosto le azioni che esegue come approssimazioni di quanto richiesto.

Si deve progettare il sistema in modo tale che ci sia un margine di errore, consapevoli che il comportamento normale non è sempre esatto. Il progetto dev’essere tale che gli errori siano facili da scoprire e suscettibili di correzioni.

Spesso per attuare quanto detto poc’anzi è indispensabili prevedere delle funzioni obbliganti, ossia una forma di vincolo fisico che “guidano” le azioni in modo tale che la mancata esecuzione di un passaggio impedisca il successivo, come per esempio:

  • interlock: obbliga le varie operazioni ad essere eseguite nella sequenza corretta
  • lockout:  dispositivo che impedisce certi comportamenti, come l’entrata in un ambiente pericoloso
  • lockin: mantiene in funzione un apparecchio, impedendo che qualcuno lo fermi prematuramente.

Un buon design esige spesso una funzione obbligante per minimizzare gli errori.

Consiglio. Partire dal presupposto che prima o poi ogni possibile contrattempo accadrà, e quindi prendere le giuste contromisure. Occorre far sì che le azioni siano reversibili.

 

L’evoluzione naturale del design. Un progetto non rimane inalterato durante il suo ciclo di vita. Anzi, si scoprono e si modificano suoi problemi e difetti in corso d’opera, a seconda del tempo, dell’energia e delle risorse a disposizione. E’ ovvio che l’obiettivo dell’evoluzione è quella di correggere gli aspetti negativi e di lasciare inalterati quelli positivi (“ascensione“).

Una forza negativa è esercitata dalle esigenze di tempo: i nuovi modelli sono già in progettazione prima ancora che i vecchi siano stati consegnati. Inoltre, raramente esistono meccanismi per raccogliere le esperienze della clientela e farne tesoro. Un’altra forza è il bisogno di distinguersi, di creare modelli che appaiano diversi da tutto quanto c’è stato prima. Sono rarissime le aziende che si accontentano di mantenere in produzione così com’è un prodotto valido, o che lo lasciano perfezionare lentamente dall’evoluzione naturale. No, ogni anno deve uscire un modello “nuovo, migliorato”, di solito corredato di nuove caratteristiche che non prendono le mosse dal modello precedente. In troppi casi i risultati sono disastrosi per il consumatore.

Una volta ottenuto un prodotto soddisfacente, ulteriori cambiamenti possono essere controproducenti, specialmente se il prodotto ha successo così com’è. Bisogna sapere quando è il momento di fermarsi.

 

Il progettista: un utente atipico. Spesso il progettista considera se stesso un utente tipico del suo oggetto. Tuttavia, spesso non “vede” tutti gli aspetti degli utenti reali, o meglio, conosce già come funziona il suo oggetto, dando per scontato che anche gli altri possano comprenderlo. Una regola di base della progettazione è di conoscere e studiare i reali utenti, a partire dalle prime fasi del progetto stesso, alfine di evitare di apportare cambiamenti radicali all’oggetto alla fine dello sviluppo. C’è differenza tra la competenza richiesta per progettare un oggetto e quella necessaria ad usarlo.

“Nel loro lavoro, i progettisti spesso finiscono per diventare degli esperti del dispositivo al quale stanno lavorando. Gli utenti spesso sono invece esperti del compito da eseguire mediante quel dispositivo”

Altra difficoltà è data dal fatto che spesso i clienti del progettista possono non essere gli utenti del prodotto. In tal caso, un cattivo design è spesso sintomo dell’attenzione ai costi, senza prendere in considerazione la facilità di uso.

 

Sette principi per trasformare compiti difficili in compiti facili. Ricapitolando, sulla base di quanto su scritto, ecco i 7 principi per una buona progettazione degli oggetti quotidiani:

  1. Usare sia la conoscenza presente nel mondo esterno che la conoscenza interiorizzata
  2. semplificare la struttura dei compiti
  3. rendere visibili le cose
  4. impostare bene le correlazioni
  5. sfruttare i vincoli, sia naturali che artificiali
  6. lasciare un margine di errore
  7. quando tutto il resto non serve, standardizzare

La caffettiera del masochista

I have a dream

“I have a dream”

(di Martin Luther King – Washington 28 Agosto 1963)

 Martin Luther King

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un “pagherò” del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo “pagherò” permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo “pagherò” per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: “fondi insufficienti”. Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: “Quando vi riterrete soddisfatti?” Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:”Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.

 

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Il pensiero umano non è come la logica…non procede con eleganza e senza sbalzi

Gli psicologi hanno registrato le cronache dei fallimenti del pensiero, dell’irrazionalità del comportamento reale. Anche compiti semplici possono talvolta mettere in crisi persone peraltro abilissime. Benché i principi di razionalità sembrino contraddetti altrettanto spesso quanto rispettati, restiamo attaccati all’idea che il pensiero umano debba essere razionale, logico e ordinato. Gran parte dell’ordinamento giudiziario si basa sul concetto di un pensiero e comportamento razionale. Gran parte della teoria economica si basa sul modello dell’individuo razionale che cerca di ottimizzare vantaggi, utilità e benessere personale. Molti studiosi di intelligenza artificiale usano la matematica della logica formale – il calcolo predicativo – come strumento principale per simulare il pensiero.

Ma il pensiero umano – e quei suoi parenti stretti che sono la soluzione dei problemi e l’elaborazione dei piani d’azione – sembra più radicato nell’esperienza passata che nella deduzione logica. La vita mentale non è lucida e ordinata, non procede con eleganza e senza sbalzi in forma logica e pulita. Al contrario, va avanti a sbalzi e strattoni, saltando da un’idea all’altra, collegando cose che non hanno niente a che fare l’una con l’altra, formando intuizioni e concetti nuovi, saltando creativamente alle conclusioni. Il pensiero umano non è come la logica; è fondamentalmente diverso come spirito e qualità. La differenza non è né in meglio né in peggio. Ma è questa differenza a portare le scoperte creative e la grande solidità del comportamento.

Tratto da “La caffettiera del masochista” di Donald A. Norman

La caffettiera del masochista