L’Italia e i principi fondamentali di Internet: la Rete come strumento di democrazia

Finalmente, anche una Italia propositiva sulla promulgazione della “carta” dei principi fondamentali di Internet. E’ partita dal 18 settembre la Consultazione pubblica a cui vi invito a partecipare. Affrettatevi perché si chiuderà il giorno 1 novembre 2012

Il Ministero per l’Università e la ricerca vuole “arricchire e migliorare il documento che riassume la posizione italiana sui principi fondamentali di Internet” da portare all’Internet Governance Forum (IGF) di Baku. Tutti i cittadini possono contribuire al dibattito sui cinque temi tradizionali del Forum ri-etichettati per l’occasione: principi generali, cittadinanza in rete, consumatori e utenti della rete, produzione e circolazione dei contenuti e sicurezza in rete.

Ecco i link degli articoli tratti da LaRepubblica.it:

Vi allego l’estratto del documento ufficiale del MIUR, che potete scaricare anche da qui:

La posizione italiana sui principi fondamentali di Internet
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La complessità di un sistema e la parabola dei due orologiai

È inevitabile, in quasi tutte le discipline di studio, che dopo aver esaurito gli aspetti generali e quelli introduttivi, e dovendo quindi entrare nel vivo delle questioni, si debba avere a che fare con tecnicismi e con riferimenti ad altre materie che non sempre si prestano alla divulgazione. Ne risultano articoli spesso astrusi, poco immediati o quantomeno noiosi. Però trattare di architettura della complessità o di strutture gerarchiche in modo semplice non è oggettivamente facile.

Chi ci ha provato è stato Herbert A. Simon, più noto per i suoi lavori sulla teoria delle decisioni e su quella delle gerarchie che come psicologo. La Teoria delle Gerarchie, dice Simon, “è un modo di guardare alla complessità di un sistema senza specificare i contenuti di quella complessità.

Esempi di gerarchie, egli notava, sono le sostanze chimiche che, analizzate, si rivelano composte di molecole, e queste di atomi. Oppure gli organismi viventi, composti di organi e tessuti, poi di cellule e poi di macromolecole, da cui si passa alla gerarchia vista prima.

Per quale motivo tali strutture gerarchiche sono così predominanti in natura? Simon lo spiegava con la parabola dei due orologiai.

C’erano una volta due orologiai, Hora e Tempus, che fabbricavano dei gran bei orologi. Entrambi gli artigiani erano molto stimati, e il telefono nel loro laboratorio suonava frequentemente, dato che nuovi clienti li chiamavano. Ma mentre Hora prosperava, Tempus diventava sempre più povero, sinchè alla fine dovette chiudere il negozio. Quale ne fu la ragione?

Gli orologi che i due maestri producevano erano composti da circa mille parti ciascuno. Tempus però costruiva i suoi in maniera che, se doveva metterli giù quand’erano parzialmente assemblati per rispondere al telefono, andavano in pezzi e dovevano essere ricostruiti daccapo. Più i suoi orologi piacevano, più riceveva telefonate e meno riusciva a produrne.

Gli orologi di Hora non erano meno complessi, ma lui li aveva progettati in modo da comporre dei sub-assiemi iniziali di circa dieci elementi ciascuno. Dieci di questi sub-assiemi potevano essere montati per formare un sottoinsieme più grande, e un gruppo di dieci di questi formava un intero orologio. Quindi, quando Hora doveva tralasciare un orologio non ancora completo per rispondere al telefono, perdeva solo una piccola parte del suo lavoro: i sub-assiemi finiti non si decomponevano. Egli poteva così assemblare gli orologi in una frazione del tempo che occorreva a Tempus.

La morale è che le strutture gerarchiche evolvono molto più rapidamente dagli elementi costituenti di quanto possano farlo sistemi non-gerarchici con lo stesso numero di elementi.

Alla fine”, diceva Simon, “anche la conoscenza scientifica è organizzata in livelli non perché la riduzione totale in principio sia impossibile, ma perché la natura è organizzata in livelli, e la configurazione a ciascun livello è più facilmente discernibile se si può prescindere dai dettagli dei livelli inferiori.

[Tratto da Managers Meeting Point]

La legge di Metcalfe e i nostri “amici” sui social network

Leggendo un articolo pubblicato sul celebre blog di Joel Spolsky, mi sono imbattuto nella legge di Metcalfe, probabilmente valida (o possiamo dire “applicabile”) nel campo delle tecnologie delle reti informatiche, ma che potrebbe essere “obiettabile” nel contesto delle reti sociali, viste come interconnessioni di individui che si servono delle reti informatiche suddette come mezzo di comunicazione.

Ecco cosa dice la legge (definizione tratta dal Wikipedia – La legge di Metcalfe):

Definita da Robert Metcalfe, l’ideatore delle reti Ethernet, la Legge di Metcalfe afferma che “L’utilità e il valore di una rete sono pari ad n^2 – n dove n è il numero degli utenti”, trasformata in simboli:

N(N−1), oppure N²−N.

Tale legge spiega molti degli effetti delle tecnologie della comunicazioni e delle reti come Internet e il World Wide Web.

La legge di Metcalfe mette in rilievo il denominatore comune di tutte le tecnologie di comunicazione: il valore di una rete cresce esponenzialmente all’aumentare del numero dei suoi utenti.

Se nessuno utilizzasse una tecnologia, qualsiasi essa sia (dal un telefonino ad un social network come Facebook/Twitter), il suo valore intrinseco sarebbe nullo. Al contrario, più utenti la utilizzano, più il valore della tecnologia risalirebbe esponenzialmente. Ciò porta a rendere applicabile la legge di Metcalfe anche al contesto del marketing, il cui concetto è ben esplicato nell’articolo pubblicato su WebCopywriter.it (La legge di Metcalfe applicata al marketing):

Ora, se una tecnologia ha bisogno di tanti utenti per accrescere il proprio valore in maniera esponenziale allo stesso modo il marketing ha bisogno di una massa di utenti per rendere di successo le proprie campagne? Solo quando un’idea di marketing diventa così popolare da essere condivisa dalla stragrande della maggioranza del target di riferimento può diventare stratificazione culturale ed il brand può trasformarsi in lovemark? Prendiamo Apple: i suoi utenti sono talmente soddisfatti dei prodotti ed è talmente alta la reputazione di cui gode quella tecnologia ai loro occhi per cui si può parlare di una vera e propria sedimenzione culturale: il senso di quella tecnologia si confonde con l’insieme delle visioni dei suoi utenti, che diventano a tutti gli effetti i detentori del valore di quella tecnologia.

Si sta rivalutando, tuttavia, la legge poichè è alquanto ottimista: sempre su Wikipedia si legge che: “in un articolo pubblicato nel marzo 2005, due ricercatori dell’università del Minnesota, Andrew Odlyzko e Benjamin Tilly, sostengono che la legge di Metcalfe è eccessivamente ottimista. Secondo i ricercatori il difetto principale della legge di Metcalfe è che essa considera tutti i componenti di una rete di uguale importanza, quando in effetti non lo sono. I ricercatori propongono una nuova legge che regola la crescita del valore di una rete in modo logaritmico, che tiene conto di questo fattore importante. Il valore della rete e la sua crescita avviene dunque in modo meno spettacolare”.

L’obiezione che si potrebbe fare riguarda l’applicazione della legge nell’ambito delle reti sociali (da cui siamo partiti): cosa accade se in un social network il gruppo di utenti interconnessi diventa troppo grande?
Un numero troppo grande di partecipanti uccide di per sè la conversazione. L’ideale sarebbe avere un numero elevato di scambi bidirezionali. La legge di Melcalfe (dove il numero di connessioni cresce in ragione del quadrato del numero di nodi) applicata a questo contesto, evidenzia quanto l’aumentare dei partecipanti possa essere un ostacolo. Poiché il numero di potenziali scambi bidirezionali in un gruppo cresce più velocemente del gruppo stesso, l’unità viene a mancare rapidamente man mano che il sistema di ingrandisce. Bisogna fare in modo che gli utenti si attengano allo schema di “pochi ma buoni”, al fine di mantenere la coesione del gruppo.

Attenzione, parliamo di comunicazione/conversazione nell’ottica sociale del termine. E’ ovvio che se il numero di utenti a cui posso veicolare un messaggio (magari pubblicitario) è grande, migliore ne sarà la sua diffusione, ma qui ci ricolleghiamo al contesto del marketing su esposto.

In poche parole, non ha senso avere troppi “amici” su Facebook o Twitter (solo per far numero). Su tutti gli “amici” che abbiamo, ci metteremmo in contatto con meno del 10% di questi.

“Il valore di un social network è definito non solo da chi c’è dentro, ma anche da chi vi è escluso”

Questa citazione si trova in un articolo su Economist del futurologo Paul Saffo, il quale afferma che la legge di Metcalfe si applica al contrario nel contesto di Facebook (e di tutti i social network). Leggi Facebook, Defined Networks, and the Inverse of Metcalfe’s Law (by Scott Karp).
La legge di Metcalfe è valida nei vecchi sistemi di rete, come la posta elettronica o la telefonia. Le reti sociali perdono valore quando vanno oltre una certa dimensione.
Già le reti sociali definite “ASMALLWORLD”, un luogo esclusivo per pochi eletti, si stanno moltiplicando. Ciù suggerisce che il futuro del social networking non sarà un unico grande grafo sociale, ma una miriade di piccole comunità.

In sintesi, la legge di Metcalfe applicata ai social network potrebbe addirittura agire al contrario se si supera il limite (purtroppo non prevedibile) di utenti in un gruppo/comunità.

La start-up sei tu. La vita come impresa e il network sociale professionale

Ho letto un libro interessante, suggeritomi da @PepperZen, e scritto dal cofondatore e presidente di LinkedIn, Reid Hoffman, in collaborazione con Ben Casnocha.

Ecco il titolo: Teniamoci in contatto. La vita come impresa (traduzione dell’originale “The start-up of you”).

Questo libro è concepito come un dono che gli autori hanno voluto fare ai lettori, offrendo strumenti per migliorare la realtà non solo lavorativa, ma anche quotidiana, le relazioni con le persone con cui ci troviamo a contatto. Il tema predominante è quello delle start-up, iniziative che nascono per attitudine, grazie ad una mentalità imprenditoriale e ad una fitta di rete di contatti. Dove si rischia e si sa da dove attingere per ricavare informazioni, ovvero dal network di persone che ci circondano. Nel libro vengono date varie “dritte” su come creare e gestire il proprio network, usandolo come propria arma per passare da un Piano A ad un piano B e costruendosi un piano di “salvataggio” (detto Z). Interessanti sono anche le motivazioni che hanno portato all’adozione di determinate scelte nell’ambito dei social network, come LinkedIn – per esempio, il discorso dei gradi di separazione – e gli esempi di vita di alcuni personaggi che hanno fondato le loro start-up, divenute poi grandi società famose in tutto il mondo.

Ecco la mission di Hoffman e Casnocha con la scrittura di questo libro:

Per Ben e per me, questo libro rappresenta uno dei nostri doni alla società, per ricambiare ciò che abbiamo ricevuto. Siamo convinti che gli strumenti forniti in queste pagine possano migliorare sia la tua vita sia la società. A volte ricambiare può significare semplicemente diffondere idee dense di significato.

Per una sintesi e una recensione del libro, vi invito a leggere questo articolo: Il libro “Teniamoci in contatto”, molto più di un libro.

Cito un passo che mi ha particolarmente colpito durante la lettura:

Diventa una persona a cui le altre persone del tuo network siano motivate a rivolgersi in relazione a determinati argomenti. Rendi noti ai tuoi collegamenti i tuoi interessi e le tue competenze scrivendo blog post ed email, o creando gruppi di discussione. Quando le persone si rivolgono a te per ottenere informazioni, tu acquisti al tempo stesso informazioni da loro.

Per finire, trasmettere informazioni interessanti al tuo network in modalità push incrementa le probabilità che tu ottenga informazioni ricollegabili alla serendipity. Pubblica un articolo, manda una citazione via email, inoltra un’offerta di lavoro e fai piccoli doni di altro tipo alla tua rete. I tuoi amici lo apprezzeranno, e tu renderai più probabile che quelle stesse persone ti ricambino mandando a te informazioni in futuro.

Sperando di farvi cosa gradita e utile e di scambiare con voi informazioni che ci arricchiscano a vicenda, ho sottolineato ed estratto delle frasi che ho reputato importanti man mano che leggevo e vorrei condividerle qui con voi. Buona lettura!

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La raccomandazione e il gioco dell’oca

La raccomandazione (di Alberto Moravia)

Disoccupato e sfinito, indossando sotto l’unica giubba, l’unica camicia e l’unica cravatta, quella inamidata dal sudore, questa ridotta ad una corda, la testa piena di nebbia e le grinze della pancia che mi giocavano a tresette, pensai bene di consultarmi con un amico mio. Quest’amico si chiamava Pollastrini ed era autista presso due vecchie signorine che avevano una macchina più vecchia di loro e se ne servivano sì e no due volte alla settimana: un posto ideale. Lo trovai al garage, che rimestava nel cofano; come mi vide, subito comprese dalla mia faccia che stavo male e, prim’ancora che parlassi, mi diede una sigaretta. L’accesi con mano tremante e gli spiegai la cosa. Lui si grattò la testa, perplesso, e poi rispose:

E’ un brutto momento, non c’è lavoro e meno ce ne sarà in futuro; qui si parla che se continua questa bella abitudine che ha la gente di guidarsi la macchina da sé, la categoria degli autisti padronali dovrà scomparire…però, io sai che faccio? Ti mando dall’avvocato Moglie, che a suo tempo fu tanto buono con me. – Aggiunse che questo Moglie conosceva mezza Roma, che, se poteva un favore lo faceva e che, insomma, da cosa nasce cosa. Così dicendo, era andato alla cabina del garage e lì telefonò all’avvocato.

Il tram della circolare apparve, pieno zeppo dentro e con la gente appesa fuori sui predellini. Mi attaccai anch’io e così appeso, mi feci tutti i Lungoteveri fino a piazza Cavour. Arrivo, smonto, corro, salgo otto capi di scala in un palazzo signorile, suono, una cameriera mi fa entrare in una anticamera grande e bella, con due specchi incorniciati d’oro e due consolle di marmo giallo. Subito dopo l’avvocato si affacciò e mi invitò ad entrare dicendo:

– Sei fortunato, mi hai preso in tempo, stavo per andare in Tribunale. –

Era un uomo piccolo, con la faccia larga e gialla, e gli occhi neri come il carbone. Disse scartabellando non so che scartafaccio:

– Dunque, tu ti chiami Rondellini Luigi. –

Protestai con vivacità: – No, mi chiamo Cesarano Alfredo…ha telefonato per me Pollastrini… per una raccomandazione.. –

– E chi è Pollastrini?. –

Mi si annebbiò la vista e risposi con un fil di voce: – Pollastrini Giuseppe…l’autista delle signorine Condorelli.-

L’avvocato si mise a ridere, con un riso, per la verità, gentile, e disse:

– Ma sì certo… devi aver pazienza…lui ha telefonato e io gli ho parlato…tutto vero…ma sai com’è?… gli ho parlato e risposto con la mente ad altro, così che, quando ho buttato giù il telefono, mi sono domandato: ma chi era? Che ha detto? Che gli ho risposto? Ora tu sciogli il mistero: Dunque, se ben ricordo, Cesarano, tu vuoi una raccomandazione per diventare giardiniere al Comune? –

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Lavorare troppe ore è controproducente: facciamo un po’ di conti

Vi riporto un articolo di Joel Spolsky sulle sue riflessioni relative alle condizioni di forte stress e “sfruttamento” dei dipendenti di una società di informativa (di cui non cito il nome). Joel Spolsky è il fondatore della Fog Creek Software, una piccola ditta di software a New York. Laureato alla Università di Yale, ha lavorato come programmatore e manager presso Microsoft, Viacom e Juno. L’esempio si può benissimo adattare ai più svariati contesti lavorativi (non solo il campo informatico), specie dove si usa l’intelletto.

Esiste un’importante scuola di pensiero che riguarda il mondo dello sviluppo di software, di cui faccio parte, che afferma che i programmatori che lavorano per più di 40 ore la settimana per lunghi periodi di tempo sono meno produttivi di quelli che non sono chini sulla scrivania tutto il tempo. Questa teoria è esaminata e documentata in libri quali Peopleware di Timothy Lister e Tom DeMarco. Quando si è impegnati per più di otto ore al giorno in attività di programmazione, la qualità del lavoro prodotto viene compromessa a tal punto che è poi necessario dedicare due ore alla risoluzione dei bug per ogni ora trascorsa a scrivere codice. I risultati raggiunti dopo otto ore di lavoro sono infatti scadenti. Sono anche convinto che un dipendente con esperienza sia molto più valido di uno alle prime armi, e che un nuovo dipendente possa impiegare anche un anno per raggiungere il livello dei colleghi più esperti ed essere altrettanto produttivo. […]

Facciamo un po’ di conti. Se i programmatori sono obbligati a lavorare 90 ore la settimana, non possono sbrigare tutte quelle piccole commissioni che fanno parte della vita di tutti i giorni. Se sono al lavoro dalle 9.00 del mattino alle 10.00 di sera, 7 giorni su 7, quand’è che possono occuparsi del controllo delle emissioni per l’auto? Quand’è che possono pagare le bollette? O chiamare la mamma? Ve lo dico io quando: quando sono al lavoro. Tutte queste faccende vengono sbrigate durante l’orario di lavoro, quindi sottraiamo subito 10 ore di produttività dal totale della settimana. Bene, ora siamo scesi a 80 ore.

E le 40 ore di straordinari? Probabilmente sono inutili. Quasi tutti i programmatori obbligati a restare in ufficio fino a tarda sera utilizzano il tempo extra per navigare in Internet, chattare su IM o distrarsi con qualsiasi altro passatempo che non sia la scrittura di codice, e non perché siano pigri, ma perché il loro cervello chiude i battenti dopo un tot di ore di lavoro. […]

Supponiamo che per qualche ragione, prove alla mano, di queste 40 ore extra 10 vengano effettivamente dedicate alla scrittura di codice. A questo punto abbiamo 50 ore produttive. Ora aggiungiamo il costo di assunzione del personale per sostituire i lavoratori che si sono rovinati per il troppo lavoro. In genere, si stima che l’assunzione e la formazione di un nuovo dipendente costi all’incirca 12  mesi di retribuzione. Ciò include le spese di reclutamento, ma anche la minore produttività del nuovo dipendente mentre cerca di mettersi alla pari con i colleghi, il tempo che porta via agli altri dipendenti che devono intervistarlo e mostrargli tutto dopo l’assunzione, le spese di trasferimento, i premi di incentivazione, e altro ancora. […] Se vogliamo analizzare la situazione in base alle nostre 50 ore di lavoro settimanali, scendiamo a poco più di 25 ore produttive la settimana per lavoratore medio, perché quasi la metà dei dipendenti si trova ancora nel primo anno di lavoro e pertanto i costi iniziali non sono stati recuperati.

Settimane lavorative di 40 ore non solo sarebbero più umane, ma risulterebbero molto più proficue […]

[A proposito di softwareJoel Spolsky]

Il nepotismo nelle Università Italiane


E’ risaputo (o meglio, lo era?) che nell’ambito scientifico gli autori italiani che pubblicano su importanti riviste del settore vanno molto forte. Eppure si hanno enormi difficoltà a fare ricerca in Italia, per mancanza di investimenti e continui stravolgimenti nella vita accademica, che portano molte brillanti menti ad espatriare.

Mi ha colpito molto lo studio fatto da un tale Stefano Allesina, docente italiano di metodi matematici applicati all’ecologia che (guarda un po’) insegna all’Università di Chicago. Forse un po’ per ripicca, ha deciso di fare una statistica sulla frequenza delle ripetizioni di cognomi fra i 61 mila e passa docenti censiti dal Ministero della Pubblica Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ecco i dati che se ne sono estrapolati:

  • circa 27 mila cognomi sono risultati differenti
  • il resto, che comunque è soggetto ad omonimie, lo si è “ponderato”confrontando le frequenze dei cognomi uguali con quelle che si avrebbero da un campione casuale di cognomi (operazione simulata un milione di volte al calcolatore).

Ne è uscito fuori che esiste un’elevata probabilità di diffusi comportamenti nepotistici nelle Università Italiane e, guarda caso, le identità si concentrano in una stessa disciplina. Ecco le discipline dove si verificano più di questi casi: ingegneria industriale, giurisprudenza e medicina, per citarne alcune.

A questo punto, “Evviva!” l’articolo 18 della Legge 240/10, entrato in vigore a gennaio 2011 che vieta l’assunzione, in un dipartimento di parenti, fino al quarto grado, di un docente che già vi appartenga.

Un grosso plauso va ai nostri talenti, tagliati dalla ricerca italiana, che hanno ottenuto riconoscimenti internazionali nel 2011 (e non sono pochi!). Alla faccia dei raccomandati!

(Articolo ripreso dal numero di Settembre 2011 de Le Scienze)

Letture consigliate sull’argomento:

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Il signore delle dita

Ogni volta che lo vedo, nelle mie passeggiate a piazza Navona, rimango affascinato e mi soffermo a guardare un personaggio così particolare. Sarà che il baffetto mi è familiare, sarà che vedo nell’espressione di quell’uomo una grande passione in quello che fa. Gli piace far divertire i bambini, rendere nostalgici i più grandi, strappare un sorriso a chiunque si fermi lì a guardar muovere le sue dita.

Parlo del burattinaio di Piazza Navona, Marcel Gorgone. In una libreria mi sono trovato tra le mani anche un suo libro “Il signore delle dita“, che vi consiglio assolutamente di comprare (lo trovate in parecchie librerie di Roma e su Amazon, anche in formato elettronico – in inglese).

“It is difficult to distinguish fantasy and reality when speaking about Marcel, because he is one of those – few, perhaps a bit more – people who know the concrete dimension of the fairy tale and the chase after it and experience it daily.”

(estratto dalla Prefazione del libro “The lord of the fingers“)

Un giorno poi, che lo stavo di nuovo guardando lì al suo banchetto con i suoi burattini tra le dita, distribuisce dei volantini in cui mi ritrovo i suoi contatti, lo schizzo del suo viso e una sua bellissima frase, che voglio condividere: “Sii sempre te stesso e nessuno potrà dirti di farlo in modo sbagliato“.

Spero di aver attirato la vostra curiosità su questo personaggio. L’ho trovato su Facebook e, appena l’ho aggiunto, mi ha accettato lasciandomi il messaggio “Benvenuto”. Se lo incontrate a Piazza Navona, fermatevi a guardarlo, magari staccate per un attimo da tutto … e volate con la fantasia.

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Ma Babbo Natale esiste o no?

Una di quelle domande a cui non si può rispondere o a cui non ha senso dare risposta. Che senso ha chiedersi se una cosa così bella, in cui chiunque può scegliere di credere o meno, esista o meno? In questo mondo occorre che ci aggrappiamo a queste “incertezze”, che ci fanno vivere meglio. Babbo Natale è una “presenza” di bontà e di felicità che non può mancare a Natale. Tutto il mondo lo acclama e lo festeggia, chiamandolo nei nomi più disparati. Tutti lo vedono come un nonnetto con la barba, che porta regali e gioia.

La razionalità può essere messa in disparte in un periodo di festa come il Natale. Mi piace credere che Babbo ci sia, che vada in giro per il mondo a portare amore. Ho visto questo bellissimo film: “Miracolo nella 34° strada”. Alcune scene mi hanno emozionato, specie quando si fa il “processo a Babbo Natale”. Una la allego di seguito, per farvi pensare un pò.

Intanto auguro a tutti un Buon Natale e un Felice Anno 2011. A Babbo Natale chiedo solo di portarmi tanta serenità nel nuovo anno e di far star bene le persone a cui voglio bene.

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La rana e lo scorpione

Lo scorpione doveva attraversare il fiume; così non sapendo nuotare, chiese aiuto alla rana:

– “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda”

– La rana rispose: – “Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!!!”

-“Per quale motivo dovrei farlo” – incalzò lo scorpione – “Se ti pungo tu muori e io annego!”

– La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell’obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua.
A metà del tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all’insano ospite il perché del folle gesto.

-“Perché sono uno scorpione…” – rispose lui – “è la mia natura!”.

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