Lavorare troppe ore è controproducente: facciamo un po’ di conti

Vi riporto un articolo di Joel Spolsky sulle sue riflessioni relative alle condizioni di forte stress e “sfruttamento” dei dipendenti di una società di informativa (di cui non cito il nome). Joel Spolsky è il fondatore della Fog Creek Software, una piccola ditta di software a New York. Laureato alla Università di Yale, ha lavorato come programmatore e manager presso Microsoft, Viacom e Juno. L’esempio si può benissimo adattare ai più svariati contesti lavorativi (non solo il campo informatico), specie dove si usa l’intelletto.

Esiste un’importante scuola di pensiero che riguarda il mondo dello sviluppo di software, di cui faccio parte, che afferma che i programmatori che lavorano per più di 40 ore la settimana per lunghi periodi di tempo sono meno produttivi di quelli che non sono chini sulla scrivania tutto il tempo. Questa teoria è esaminata e documentata in libri quali Peopleware di Timothy Lister e Tom DeMarco. Quando si è impegnati per più di otto ore al giorno in attività di programmazione, la qualità del lavoro prodotto viene compromessa a tal punto che è poi necessario dedicare due ore alla risoluzione dei bug per ogni ora trascorsa a scrivere codice. I risultati raggiunti dopo otto ore di lavoro sono infatti scadenti. Sono anche convinto che un dipendente con esperienza sia molto più valido di uno alle prime armi, e che un nuovo dipendente possa impiegare anche un anno per raggiungere il livello dei colleghi più esperti ed essere altrettanto produttivo. […]

Facciamo un po’ di conti. Se i programmatori sono obbligati a lavorare 90 ore la settimana, non possono sbrigare tutte quelle piccole commissioni che fanno parte della vita di tutti i giorni. Se sono al lavoro dalle 9.00 del mattino alle 10.00 di sera, 7 giorni su 7, quand’è che possono occuparsi del controllo delle emissioni per l’auto? Quand’è che possono pagare le bollette? O chiamare la mamma? Ve lo dico io quando: quando sono al lavoro. Tutte queste faccende vengono sbrigate durante l’orario di lavoro, quindi sottraiamo subito 10 ore di produttività dal totale della settimana. Bene, ora siamo scesi a 80 ore.

E le 40 ore di straordinari? Probabilmente sono inutili. Quasi tutti i programmatori obbligati a restare in ufficio fino a tarda sera utilizzano il tempo extra per navigare in Internet, chattare su IM o distrarsi con qualsiasi altro passatempo che non sia la scrittura di codice, e non perché siano pigri, ma perché il loro cervello chiude i battenti dopo un tot di ore di lavoro. […]

Supponiamo che per qualche ragione, prove alla mano, di queste 40 ore extra 10 vengano effettivamente dedicate alla scrittura di codice. A questo punto abbiamo 50 ore produttive. Ora aggiungiamo il costo di assunzione del personale per sostituire i lavoratori che si sono rovinati per il troppo lavoro. In genere, si stima che l’assunzione e la formazione di un nuovo dipendente costi all’incirca 12  mesi di retribuzione. Ciò include le spese di reclutamento, ma anche la minore produttività del nuovo dipendente mentre cerca di mettersi alla pari con i colleghi, il tempo che porta via agli altri dipendenti che devono intervistarlo e mostrargli tutto dopo l’assunzione, le spese di trasferimento, i premi di incentivazione, e altro ancora. […] Se vogliamo analizzare la situazione in base alle nostre 50 ore di lavoro settimanali, scendiamo a poco più di 25 ore produttive la settimana per lavoratore medio, perché quasi la metà dei dipendenti si trova ancora nel primo anno di lavoro e pertanto i costi iniziali non sono stati recuperati.

Settimane lavorative di 40 ore non solo sarebbero più umane, ma risulterebbero molto più proficue […]

[A proposito di softwareJoel Spolsky]

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