I nostri silenzi

Quante volte vai per la strada e rimani in silenzio di fronte ad una realtà che vorresti modificare, quante volte avresti voglia di dire qualcosa che cambi le cose per migliorare la vita, quante persone non denunciano le situazioni più ovvie, quanti abitanti di una città non hanno modo di dire come si sentono, o cosa li infastidisce o ancora, cosa potremmo fare per cambiare tutto ciò.
Tutti i giorni, in ogni secondo che passa, vi sono milioni di silenzi nel mondo intero: silenzi verso noi stessi, verso la persona che ci è accanto, silenzi fra vicini, città, paesi e continenti. Questi silenzi cambiano in maniera significativa la vita di tutti. La mancanza di libertà di espressione o, peggio ancora, l’opportunità che neghiamo agli altri di dire quel che pensano, è una costante quotidiana. Cosa succederebbe se ciò cambiasse?
La mostra scultorea “I Nostri Silenzi” dell’artista Rivelino – che si contraddistingue per la monumentalità ed il numero delle sue opere – è basata concettualmente su queste riflessioni.
E’ composta da una serie di dieci imponenti busti in bronzo a cera perduta, di dimensioni 3.20 x 2.30 x 1.10 metri. I volti di queste opere raffigurano caratteristiche fisiche rappresentative di diverse razze, fornendo quindi tratti identificativi in cui possono rispecchiarsi tutte le persone del mondo. Tutte hanno la bocca chiusa da una placca che riporta differenti iscrizioni, i cui testi e schemi si ripetono sul petto e sulla schiena di ogni opera. Lo spettatore deve interpretare ciò che le sculture vogliono dirgli e, a sua volta, cosa desidera esprimere.
I percorsi espositivi sono stati valutati sulla base dell’intenzione identitaria della mostra affinché la maggior parte delle persone possa avervi accesso e possa ammirarla oltre che visivamente, anche attraverso gli altri sensi, risultando quindi fruibile pure da parte di persone non vedenti o ipovedenti grazie ad un cubo tattile che al suo interno contiene quattro sculture in scala che, anche se non viste, possono essere toccate.
Poche volte il Messico ha contato su una proposta scultorea di queste caratteristiche, opportunità che permette di consolidare, tramite l’are, il luogo che occupa nel mondo quale potenza culturale. Una mostra come “I Nostri Silenzi” ci coinvolge tutti e non potrà mai passare inosservata.

La mostra scultorea “I Nostri Silenzi” dell’artista messicano Rivelino si terrà dal 16 settembre all’11 ottobre 2010 a Roma, in Villa Borghese – Viale delle Magnolie (ingresso libero).

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La spada di Damocle

Dioniso, tiranno dei Siracusani, giudicò come egli stesso fosse beato. Infatti, poichè uno dei suoi adulatori, Damocle, ricordava in un suo discorso le sue milizie, l’autorità, la grandezza del regno, l’abbondanza delle ricchezze, la magnificenza della reggia, e diceva che non c’era mai stato qualcuno più beato: “Desideri dunque – disse – oh Damocle, poichè questa vita ti piace, assaggiarla e sperimentare la mia fortuna?”. Avendo egli detto che lo desiderava, Dioniso comandò che l’uomo fosse posto su un letto d’oro, con uno strato bellissimo di una coperta tessuta, ornato di magnifiche ricchezze , e ornò le molte tavolette di oro e di argento cesellato. Quindi comando che i servi scelti restassero alla mensa e li servissero diligentemente quando intuivano il cenno del suo capo. C’erano unguenti, corone; erano bruciati odori, le mense erano preparati con squisitissime pietanze. Damocle si riteneva fortunato. Dioniso comandò che nel mezzo della tavolata fosse appesa una spada lucente attaccata con un crine di cavallo al soffitto, affichè sovrastasse le cervici di quel beato. Pertanto non guardava quei bei servitori nè l’abbondante argento delle opere d’arte nè porgeva la mano alla mensa, già le stesse corone si dileguavano; infine il tiranno lo pregò di andarsene poichè non desiderava più essere beato. Così Dioniso dimostrò che niente era felice per lui, sul quale pendeva sempre qualche paura.

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Sei mai stato innamorato?

Certo. E come lo sai? E’ difficile. A volte uno si innamora della persona sbagliata. Te ne accorgi perchè tu senza quella persona nn puoi stare, ti manca quando non c’è, la cerchi, ne hai l’esigenza. Vuoi condividere con lei tutte le cose belle che vedi o ti capitano. Quando c’è qualche problema ci stai male, lo capisci soprattutto da questo.

Forse amare è una cosa e l’innamorarsi ne è un’altra, secondo me. L’amare è reciproco, nn è a senso unico, è un sentimento che si rafforza col tempo tra due persone che nn possono stare l’una senza l’altra e che sn coscienti di questo. Poi l’amore porta sempre ad un progetto, un obiettivo a lungo termine che sia lo sposarsi, il convivere o altro.

Io mi sono sempre innamorato della persona sbagliata, ma l’importante è averlo provato. Non mi pento di quello che ho vissuto, xchè lo sentivo.

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Preghiera di uno che si è perso…

Preghiera di uno che si è perso, e dunque, a dirla tutta, preghiera per me. Signore Buon Dio, abbiate pazienza, sono di nuovo io.
Dunque, qui le cose vanno bene, chi più chi meno, ci si arrangia, in pratica, si trova poi sempre il modo di cavarsela, voi mi capite, insomma, il problema non è questo.
Il problema sarebbe un altro, se avete la pazienza di ascoltarmi. Il problema è questa strada, bella strada questa che corre e scorre e soccorre, ma non corre diritta, come potrebbe e nemmeno storta come saprebbe, no. Curiosamente si disfa.
Credetemi (per una volta voi credete a me) si disfa. Dovendo riassumere, se ne va un po’ di qua, un po’ di là, presa da improvvisa libertà. Chissà.
Adesso, non per sminuire, ma dovrei spiegarvi questa cosa, che è cosa da uomini, e non è cosa da Dio, di quando la strada che si ha davanti si disfa, si perde, si sgrana, si eclissa, non so se avete presente, ma è
facile che non abbiate presente, è una cosa da uomini, in generale, perdersi. Non è roba da Voi. Bisogna che abbiate pazienza e mi lasciate spiegare. Faccenda di un attimo. Innanzitutto non dovete farvi fuorviare dal fatto che, tecnicamente parlando, non si può negarlo, questa strada che corre, scorre, soccorre, sotto le ruote di questa carrozza, effettivamente, volendo attenersi ai fatti, non si disfa affatto.
Tecnicamente parlando.
Continua diritta, senza esitazioni, neanche un timido bivio, niente.
Diritta come un fuso. Lo vedo da me. Ma il problema, lasciatevelo dire, non sta qui. Non è di questa strada, fatta di terra e polvere e sassi, che stiamo parlando. La strada in questione è un’altra. E corre non fuori, ma dentro. Qui dentro. Non so se avete presente: la mia strada.
Ne hanno tutti una, lo saprete anche voi, che tra l’altro, non siete estraneo al progetto di questa macchina che siamo, tutti quanti, ognuno a modo suo. Una strada dentro ce l’hanno tutti, cosa che facilita, per lo più, l’incombenza di questo viaggio nostro, e solo raramente, ce lo complica. Adesso è uno dei momenti che lo complica. Volendo riassumere, è quella strada, quella dentro, che si disfa, si è disfatta, benedetta, non c’è più. Succede, credetemi, succede. E non è una cosa piacevole. Io credo che quella vostra trovata del diluvio universale, sia stata in effetti una trovata geniale. Perché a voler trovare un castigo, mi chiedo cosa sia meglio che lasciare un povero cristo da solo in mezzo a quel mare. Neanche una spiaggia. Niente. Uno scoglio. Un relitto derelitto. Neanche quello. Non un segno per capire da che parte andare, per andarci a morire.
… So perfettamente qual è la domanda, è la risposta che mi manca.
Corre questa carrozza, e io non so dove. Penso alla risposta, e nella mia mente diventa buio. Così questo buio io lo prendo e lo metto nelle vostre mani. E vi chiedo Signore Buon Dio di tenerlo con voi un’ora soltanto, tenervelo in mano quel tanto che basta per scioglierne il nero, per scioglierne il male che fa nella testa, quel buio nel cuore, quel nero, vorreste? Potreste anche solo chinarvi, guardarlo, sorriderne, aprirlo, rubargli una luce e lasciarlo cadere che tanto a trovarlo ci penso poi io, a vedere dov’è.
Una cosa da nulla per voi, così grande per me. Mi ascoltate Signore Buon Dio? Non è chiedervi tanto, è solo una preghiera, che è un modo di scrivere il profumo dell’attesa. Scrivete voi dove volete il sentiero che ho perduto. Basta un segno, qualcosa, un graffio leggero sul vetro di questi occhi che guardano senza vedere, io lo vedrò. Scrivete sul mondo una sola parola scritta per me, la leggerò. Sfiorate un istante di questo silenzio, lo sentirò. Non abbiate paura, io non ne ho. E scivoli via questa preghiera con la forza delle parole, oltre la gabbia del mondo, fino a chissà dove.”

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Chi trova un amico, trova un tesoro. Per fortuna che ne ho molti di tesori!

Ecco le foto di questa Estate 2010. Se non è per loro sarei perso. Vi voglio bene!

‘O Ssaje Comme Fa ‘O Core

Tu stive ‘nzieme a n’ato
je te guardaje
primma ‘e da’ ‘o tiempo all’uocchie
pe’ s’annammura’
già s’era fatt’ annanze ‘o core.
A me, a me
‘o ssaje comme fa ‘o core
a me, a me
quann’ s’è annamurato.

Tu stive ‘nzieme a me
je te guardavo
comm’è succiesso, ammore
ca è fernuto
ma je nun m’arrenn’
ce voglio pruva’.
Je no, je no
‘o ssaje comme fa ‘o core
je no, je no
quann s’è sbagliato.

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Ritorno a Londra

E rieccoci a Londra. Bellissimo questo posto. I tanti colori delle insegne dei negozi, le loro vetrate che non ne nascondono il fascino come le tetre saracinesche che colorano allo stesso modo i nostri di negozi.
Altre cose che mi piacciono qui? Pub, fish&chips, Jacket Potatoes, Guinness, Tamigi, i parchi verdi, musei, Piccadilly Circus, i market…un pó di tutto diciamo.
La cosa fantastica è come ti ci senti a casa, o meglio, come ti ci fanno sentire gli amici di qui. Persone che a distanza di anni sono ancora molto legate, che lavorano, si divertono e non smettono di farlo. Il divertirsi stando insieme li fa sentire più vicini a Casa.

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